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22 aprile 2012

Le notti alla Piazza Djemaa

Marrakech, venditori d'acqua - agosto 2011

Marrakech ha un cuore pulsante: la Piazza, la Djemaa El Fna. Di giorno le bancarelle di agrumi all'uscita dal souq invitano i passanti cotti di sole a dissetarsi con le spremute. Poco più in là i dentisti esibiscono banchetti pieni di denti, mentre i venditori d'acqua si muovono al ritmo della musica, inventata dallo sbattere delle loro tazze d'ottone. Gli incantatori di serpenti sonnecchiano accanto ai loro cobra, mentre gli scooter sfrecciano in mezzo alla gente. Ma tutto si trasforma appena tramonta il sole. Muli, cavalli e vecchie moto trainano bancarelle piene all'inverosimile. Appena ognuna ritrova il suo posto, gli uomini si danno da fare per smontare il carico e così compaiono all'improvviso cucine e griglie, tavoli e sedie. 

Marrakech, bancarelle serali


Marrakech, bancarelle serali

Il cibo preparato per essere cotto viene esposto ai passanti, mentre ragazzi allegri e sorridenti invitano tutti a prendere posto ai tavoli. Basta scegliere fra quel che c'è in mostra: olive piccanti, spiedini di gamberi, melanzane grigliate, cous cous e tajine, carne, agnello, pesce, tutto cotto al momento sulle braci ardenti. Poco più in là, una grande teiera d'argento tiene calda l'acqua per il tè. 

Marrakech, il tè alla menta

Una lunga fila di bicchieri di vetro è già pronta con le foglie di menta fresca e le zollette di zucchero. Subito dietro l'angolo i dottori berberi offrono cure improbabili, fatte di erbe e di spezie buone per ogni male, teste di gazzella, pelle di serpente: c'è chi offre varani vivi o impaglati. Gli gnaoua ritmano una musica pazza, i cantastorie narrano le loro fiabe in mezzo a cerchi di persone che ridono e partecipano al racconto. Da un'altra parte c'è chi pesca bottiglie di plastica con una canna di bambù, o chi spara ad un bersaglio con una pistola con la canna storta. C'è di tutto nella Piazza: è un teatro a cielo aperto, dove le rappresentazioni si ripetono sempre uguali e sempre diverse fin da quando, intorno al 1000,  questa era la piazza delle pubbliche esecuzioni. Il suo nome, infatti, significa "Assemblea dei morti", ma nulla sembra più lontano dalla morte della Djemaa.


Marrakech, bancarelle delle spremute

20 novembre 2010

Diecimila anni in pochi chilometri

Tanzania, Lake Eyasi, agosto 2010 
Vicino ai grandi parchi della Tanzania, fra il Serengheti e il Ngorongoro, e precisamente nella gola di Olduvai, fu ritrovato lo scheletro del più antico ominide del mondo. Era una donna e fu chiamata Lucy. A pochi chilometri da quel sito, vive una tribù, che è ritenuta la più diretta discendente di quegli ominidi. Si tratta della tribù degli Hadzabe. 
Gli Hadzabe sono boscimani che vivono nei dintorni del lago Eyasi, mantenendo lo stesso stile di vita dei loro primitivi antenati. Sono cacciatori e raccoglitori. Non allevano nessun animale e non coltivano la terra. Vivono solo lungo le sponde del lago, spostandosi da una parte all'altra ogni volta che la zona risulta troppo povera per le loro esigenze.
Tanzania, Lake Eyasi, agosto 2010
Cacciano con arco e freccie, ornate di piume. Hannno vari tipi di punte per le loro armi. La freccia più semplice è una canna appuntita: serve per insegnare ai ragazzi a tirare con l'arco e per la piccola cacciagione. Poi hanno punte sempre più grandi, fino a quella per gli animali di grosse dimensioni, che, oltre a essere grande, è anche avvelenata con il succo di una pianta. 
Tanzania, Lake Eyasi, agosto 2010


La loro alimentazione è costituita da ogni tipo di animale cacciabile, tranne serpenti e iene. Nel loro credo, serpenti e iene sono animali impuri, in quanto mangiano i cadaveri. Per questo motivo evitano di cacciarli e di mangiarli. 
Le donne, invece, provvedono all'alimentazione raccogliendo bacche e radici dalla terra. Purtroppo la zona non è assolutamente ricca di vegetazione. Nel mese di agosto, durante la stagione secca, le piante sono rade e spinose. 
Tanzania, Lake Eyasi, agosto 2010


Un grosso problema è procurarsi l'acqua. Il lago Eyasi è un lago salato e durante la stagione secca si prosciuga quasi del tutto. L'acqua, quindi,  viene raccolta principalmente durante le piogge o ricavata dalle piante. Spesso l'acqua che bevono non è pulita e questo espone i più deboli al rischio di contrarre molte gravi malattie. Durante la nostra visita, in effetti, il regalo più gradito che abbiamo potuto portare loro sono state delle bottiglie di acqua minerale, che i bambini hanno subito bevuto con avidità.
Anche la loro lingua è unica: il loro linguaggio, forse il più antico al mondo, è fatto di schiocchi, di fischi e di click. 
Durante la notte gli Hadzabe dormono su una pelle fra i cespugli, accanto ad un fuoco che accendono facendo ruotare fra le mani un bastoncino, esattamente come 10.000 anni fa. 
Tanzania, Lake Eyasi, agosto 2010
Tanzania, Lake Eyasi, agosto 2010


Se è necessario ripararsi, utilizzano delle grotte, probabilmente le stesse che sono state usate fin dalla preistoria. 
Il numero degli Hadzabe purtroppo è in costante diminuzione e oggi la loro popolazione è di circa 1500 persone. La terra a loro destinata intorno al lago è sempre di meno e loro sono affetti da malattie gravi, dovute soprattutto alla loro nutrizione: all'acqua non pulita e alla carne cruda. 
Incontrarli ha rappresentato per me  un momento unico, un'occasione incredibile di conoscere un popolo, forse l'ultimo della terra, che vive ora come si viveva 10.000 anni fa.  



Tanzania, Lake Eyasi, agosto 2010




25 settembre 2010

Sognando l'Africa

Tanzania, Serengheti National Park, agosto 2010

E'la prima volta che sogno l'Africa da quando sono tornata.
Quello che mi feriva nel sogno era il tempo limitato: 10 giorni solo 10 giorni. E quei 10 giorni erano volati via. Come in un sogno, appunto, visto che di un sogno si trattava. Solo dieci giorni per respirare la polvere della savana, vedere i giganti della terra abbattere i tronchi, odorare il vento del deserto, farmi pungere dal freddo degli altopiani, conoscere vite diverse. Poi, l'Africa sfumava in città dense di polvere nera, di vite affannate fra muri di cemento, sfumava dietro finestre altissime, dietro le macchine, dentro spazi ristretti del tutto innaturali.
E nel mio sogno non potevo credere che quella era la mia normalità. Mi mancava lo spazio, l'enorme, immenso spazio e il vento che non si ferma mai e i silenzi.
Era un sogno. Solo un sogno.
Però è così che mi sono sentita lasciando il Serengheti per tornare alla "civiltà". Avrei voluto continuare ancora, dormire ancora sotto la mia pccola tenda piantata in mezzo al nulla della savana, guardare le stelle brillare nel buio assoluto sopra la mia testa, e poter pensare che domani, domani, sarei stata ancora lì.

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