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06 luglio 2009

Teej, la festa del monsone


India, Bundi, Teej, agosto 2009

Ho letto su alcuni resoconti di viaggio, girando in rete, che Bundi sarebbe una località orribile, piena si smog, di camion e di inquinamento. In effetti l'arrivo a Bundi non è dei più rassicuranti. Venendo da Chittor, la strada sembra breve: solo 150 km. In realtà non si arriva mai. Fra strade deserte e sabbiose, lavori in corso, tornanti e buche... ci mettemmo ben 6 ore per percorrerli, tanto che dalle due del pomeriggio arrivammo solo alle 8, con il buio. In effetti molte volte pensai che il nostro autista, mai stato troppo sveglio, avesse perso la strada e ci avese portato chissà dove.
Quando poi cominciammo a vedere una lunga fila di camion con le loro lucine, bè, allora fui quasi certa che fossimo finiti nel posto sbagliato. I camion non finivano mai, erano puzzolenti, polverosi: pareva che tutti i trasportatori del Rajasthan si fossero dati appuntamento là. Su questo, dunque, avrei potuto dare ragione al viaggiatore americano che aveva scritto di Bundi.
Poi però la strada si divise, superò un ponte e la fortezza apparve in cima ad un'altura. Era bellissima, affascinante, anche nella scarsa illuminazione notturna.
Decidiamo di pernottare in una Haveli nel centro, ovviamente raccomandata dalla Lonlely Planet (Haveli Braj Bhushanjee), ma una folla incredibile gira per le strade e tutti ci fanno cenno che non possiamo passare. Il notro autista sembra aver capito, ma, dal momento che non riesce a dire una sola parola in inglese, siamo noi che non riusciamo a renderci conto di cosa accada. Scendiamo e decidiamo di tentare a piedi. Facciamo appena in tempo ad arrivare all'Haveli, prendere la stanza e tornare indietro a recuperare un minimo di bagaglio, giusto l'indispensabile, prima che il passaggio sia bloccato del tutto. Per quella sera non possiamo passare perchè è la festa di Teej.


India, Bundi, Teej, agosto 2009


Ho letto che la festa si tiene anche in Nepal e che prende il nome da un piccolo insetto rosso, che esce dal terreno durante il monsone. Tipica di Jaipur, ma evidentemetne festeggiata anche in altri luoghi del Rajasthan, Teej dura due giorni. E' una festa dedicata alle donne, perchè celebra Parvati, moglie di Shiva, e il monsone che benedice il suolo con l'acqua. Le donne sposate pregano per i loro mariti, le giovani per avere uno sposo.


India, Bundi, Teej, agosto 2009


Per due sere una processione di carri sfila lungo le strade, mentre la gente guarda dalle finestre, da sopra i muri, i tetti, le terrazze. Gli idoli, in special modo Shiva e Parvati, sono portati in processione, mentre su altri carri ci sono ballerine, ragazzini vestiti da divinità, oppure rappresentazioni di demoni che spaventano i bambini.
L'atmosfera è di festa e allegria, un pò carnevalesca. Tutto dunque, tranne che quella inospitale cittadina di cui avevo letto.
A parte tutto, Bundi è bellissima anche senza Teej.


India, Bundi, Teej, agosto 2009

08 aprile 2009

La perdita di un figlio


India, Varanasi, funerale di un bimbo nel Gange, agosto 2008

La tragedia del terremoto in Abruzzo mi lascia senza parole. Vite distrutte, la perdita di tutto, la ditruzione di ciò che amavano e conoscevano. Ma a tutto si può reagire, con forza e coraggio. Ad una cosa, invece non capisco come potranno sopravvivere: alla perdita dei loro figli. La vista delle madri che piangono i loro figli, o che li cercano, con la speranza nel cuore, mi è insopportabile. A tutto si può sopravvivere, a qualunque dolore, ma non a questo. Il tempo non può rimarginarlo, la mente non può concepirlo, il cuore non può reggerlo. Non può esserci più nulla.

05 gennaio 2009

India - Pakistan


India, Punjab, Attari, agosto 2008

Negli ultimi anni della colonizzazione britannica, mentre Ghandi predicava la tolleranza ("Chi arriva al cuore della propria religione, arriva al cuore di tutte"), si fece largo l'idea che i musulmani avrebbero dovuto avere una loro nazione indipendente. Questa idea fu quella che prevalse e così gli inglesi si misero all'opera per stabilire i difficilissimi confini fra le nazioni a venire. Quando gli inglesi lasciarono l'India, non solo questa acquistò la sua indipendenza, ma anche il Pakistan. Il 14 agosto 1947 segnò l'inizio della nuova nazione (che allora era composta da un Pakistan a est, l'attuale, e dal Pakistan occidentale, che poi divenne il Bangladesh nel 1971). L'evento, che prese il nome di Partition, fu traumatico e da un giorno all'altro migliaia di famiglie indù che si trovavano nel Pakistan furono depredate, uccise, costrette a fuggire verso l'India, perdendo tutto (si raccontano alcuni episodi in numerosi libri, fra cui "Giochi Sacri" e "Delhi"). Lo stesso avvenne dall'altro lato del confine, dove i musulmani venivano cacciati, uccisi, costretti ad abbandonare le loro abitazioni e a dirigersi verso il Pakistan.
Da allora, pare che l'intolleranza e l'odio non si siano mai sopiti, pronti a esplodere in qualunque momento, come è avvenuto solo poche settimane fa a Mumbay.
La cerimonia della chiusura notturna del confine Indo Pakistano ad Attari è stata per me la prova di quanto il nazionalismo sia forte e tendenzialmente violento, da entrambe le parti. Migliaia di persone ogni sera assistono a questa cerimonia: una specie di balletto fra soldati con uniformi praticamente identiche , ma di diverso colore: kaki le indiane, nere le pakistane. Da una parte e dall'altra il pubblico incita urlando "Hindustan Zindabad" e di là rispondono "Pakistan Zindabad". Persino con la musica gareggiano a chi la fa suonare più forte. Il pubblico si alterna a portare la propria bandiera fin sotto il cancello della nazione "avversa", e lungo la strada tutti ballano al suono di canzoni nazionaliste. Dopo ore di questo spettacolo, la cerimonia si chiude in pochi minuti, in cui le due bandiere vengono alzate alla stessa altezza (nessuna delle due deve superare l'altra) e poi riabbassate e piegate. I soldati si stringono la mano e il cancello si chiude. A questo punto la folla urlante dei patrioti si lancia in corsa verso il cancello a mostrare le proprie bandiere e ad urlare.
Uno spettacolo orribile, ma che valeva la pena vedere, perchè dà la misura di una follia della quale non ci si rende normalmente conto.


India, Punjab, Attari, agosto 2008

02 gennaio 2009

Argento e rosso

India, Rajasthan, Al mercato di Bundi, agosto 2008

Anche queste donne le incontrammo ad un mercato. Fui colpita dai pesanti bracciali d'argento e dalle splendide sari. Se penso a come ci vado io al mercato... meglio lasciar perdere. Spero di riuscire a farvi sentire una canzone mentre guardate questa immagine, così per potervi immergere di più nell'atmosfera di quel momento. C'è qualche anima buona che mi insegna a far aprire il link in un'altra finestra?

24 ottobre 2008

L'India che non è sui depliant


India, Varanasi, Main Ghat, agosto 2008

Ho portato dall'India tanti colori, atmosfere, immagini da mille e una notte. Ma l'India è anche questo, soprattutto questo, e mi pare giusto raccontarlo, piuttosto che far finta di non vedere.
Il boom economico, Bollywood e Bangalore non hanno cancellato queste immagini, ma hanno forse ancora di più scavato il solco fra ricchi e poveri. E così, lungo le strade, vedere certe persone in situazioni di povertà estrema o di difficoltà assoluta è frequentissimo. Ovviamente, il fatto di essere stranieri e occidentali aumenta certi contatti, perché loro ben sanno che noi non abbiamo il metro dei costi della loro vita e diamo in proporzione alle nostre abitudini. E tutto sommato, va bene così.

18 ottobre 2008

Chillum


India, Vrindavan, chillum, agosto 2008

Il Chillum o Chila è una particolare pipa di terracotta, di corno oppure di legno, di forma conica che viene riempita di tabacco o anche di cannabis. Viene fumata in particolare dai Sadhu durante cerimonie sacre.
Non so cosa ci fosse nel chillum di quest'uomo. Eravamo a Vrindavan, vicino ad Agra e, vedendo che fotografavo dei Sadhu, quest'uomo mi chiamò per farmi vedere quanto fumo era capace di aspirare con la sua pipa. Io scattavo, scattavo e più io scattavo più lui tirava e il fumo usciva. Mi sono dovuta fermare, altrimenti mi sa che sarebbe scoppiato.

07 ottobre 2008

La bellezza non fa rumore


India, Rajasthan, Jaisalmer, agosto 2008

L'India è un vero caos. Mi pare di averlo detto non so più quante volte. Sembra che le persone vivano in maniera accelerata, che occorra una prontezza di riflessi e degli occhi attenti ad ogni cosa, veloci e fulminei. Le sfumature non sono mai irrilevanti, dietro ad ogni minuzia, si può nascondere un universo. Forse per questo, io che sono lenta (non per nulla io sono "il bradipo"), che ogni cosa devo guardarla due volte, che se potessi metterei il rallentatore a tutto, finivo sempre con l'essere frastornata da tutto ciò che avevo intorno. Ci soffrivo un pò, perchè con la mia macchina fotografica avrei sempre voluto fermarmi, sospendere gli attimi, per soppesarli, per farli miei. Invece dovevo scattare in fretta così come veniva, per non perdere quell'irripetibile istante.
Solo ora, davanti allo schermo, riesco a fare silenzio, a guardare ciò che avevo davanti e a guardarlo come fosse sospeso, per farlo entrare piano piano. La luce bianca della strada, il buio fresco dell'interno, il vecchio con le mani rugose, la giacca dorata e il turbante verde, dalle mille volute.

Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore
Basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare - Settembre, Cristina Donà

01 ottobre 2008

La tragedia del Chamunda Devi


India, Jodhpur, Tempio di Chamunda Devi, agosto 2008

Metto due foto che ho scattato, non perchè siano particolarmente belle, ma perchè conoscere i luoghi fa capire, a volte, molto di più la tragedia di ciò che ci accade intorno. 180 persone sono morte ieri in un ignoto tempio Hindù di Jodhpur, una ignota città del Rajasthan, in India e la notizia non fa più di un veloce annuncio alla radio o un trafiletto sul giornale. Ma sono 180 persone!!! Il fatto è che sono lontane, appartenenti ad un mondo diverso. Il fatto è che ci è incomprensibile che si possa creare una coda di chilometri per andare a visitare la statua di una Dea. Il fatto è che ciò che non conosciamo, non ci tocca.
Ieri iniziava il Navaratri in onore della dea Durga, la dea del Chamunda Devi. Durga è la dea della potenza, incarnazione di Parvati. Per nove giorni, da ieri, le donne digiuneranno e pregheranno Durga per la salute e la buona sorte del marito.
Ecco, io volevo solo avvicinarvi a quel posto, farvi vedere quanto piccolo è quel tempio per le 10.000 persone che vi si stavano dirigendo e quanto alto il baratro nel quale sono scivolati.
Se volete altre notizie, leggete qui
http://indonapoletano.wordpress.com/2008/09/30/calca-in-tempio-hindu-180-morti/


India, Jodhpur, la collina dal tempio di Chamunda Devi, agosto 2008


India, Jodhpur, Il tempio di Chamunda Devi, visto dalla città, agosto 2008

29 settembre 2008

Donne del Rajasthan


India, Jaisalmer, agosto 2008

Si capisce che queste donne mi hanno affascinato con il loro portamento, la loro espressione, il loro modo di presentarsi? Ecco l'ennesima foto, scattata davanti all'ingresso del forte di Jaisalmer. Cercate di immaginare la scena. I bastioni del forte e le torri rotonde, color della sabbia dorata. I palazzi che si ergono dietro, le porte gigantesche sotto le quali passare e queste donne, coloratissime e bellissime, in attesa di turisti, per vendere cavigliere e ninnoli. Macchie di colore rosso e arancione, bagliori di argento e sguardi che trapassano, davanti ai quali devi farti forza per non comprare la cinquecentesima cavigliera.

14 settembre 2008

Aravalli Hills, la vita com'era e com'è.


India, Rajasthan, Aravalli Hills, agosto 2008

Ancora l'immagine di una donna. Stavolta le sue vesti rosse e colorate, i suoi bracciali e il grande anello d'ro e gemme al naso, sono elegantemente portati sotto un carico enorme, che sembra schiacciarla.
Il Rajasthan è una regione bellissima, ma anche molto, molto turistica. Avevo in continuo l'impressione di non riuscire neppure a sfiorare il cuore, la sostanza di questa terra. Grazie a questa deviazione sulle Aravalli Hills ho potuto accostare lo sguardo ad una vita diversa, lontana dalle grandi fortezze e palazzi, ma anche dalle grandi masse di turisti occidentali, che ogni giorno si portano via qualcosa della originaria bellezza dei luoghi. Campi coltivati, acque, piccoli villaggi formati da capanne di fango, una vegetazione ricca, così diversa dal deserto del Thar e la vita scandita dai lavori dei campi. Lavori pesanti, svolti senza aiuti, senza macchine, ma con solo rudimentali strumenti. E le donne non sono risparmiate. Ho visto solo donne che alla sera portavano sulla testa immensi carichi di erbe, forse per gli animali, forse per altri usi che non so immaginare. Non credo che ci siano molte differenze fra questa immagine e quello che secoli fa si poteva vedere su queste colline.

10 settembre 2008

Come nelle mille e una notte


India, Bikaner, agosto 2008

A casa mia mi dicevano sempre: il troppo stroppia. E così, sono diventata una ferma sostenitrice della semplicità in tutto. Ma cosa dire di fronte a tanta bellezza? Non c'è un angolo del corpo che non abbia il suo ornamento, o forse anche due o tre. La fronte, i lati del volto, gli orecchi, il naso, le braccia, le mani, i piedi, le caviglie... "La bellezza di una donna è aumentata dai suoi gioielli": così diceva un personaggio incredibile, incontrato un giorno lungo una strada (ma questa è un'altra storia!). Ed è così che le donne si ornano in maniera veramente incredibile. Ma il risultato, invece di "stroppiare", le rende più simili a principesse delle mille e una notte, anche quando, come in questo caso, stanno solo facendo la spesa al mercato.
I gioielli, poi, sono considerati segno di ricchezza della famiglia. Guai alla donna che non ne porta in dote, perchè non troverà marito. I gioielli sono anche l'unica ricchezza delle donne, che non lavorano (o almeno, se lo fanno lo fanno di nascosto oppure nelle grandi città, dove le vecchie tradizioni sono meno sentite), perchè è considerato un disonore per il marito il fatto di non riuscire a mantenere la moglie. E così, nei momenti duri, ci sono i gioielli della dote, che si possono impegnare per tirarsi fuori dai guai. Oro e argento dei gioielli sono il primo investimento che le famiglie fanno quando hanno un pò di risparmi e le donne, molto spesso, indossano tutto, ma proprio tutto.

09 settembre 2008

Buy my candle


India, Varanasi, Assi Ghat, agosto 2008

Un'immagine degli ultimi giorni di viaggio: Varanasi.
Varanasi (un tempo Benares) è una città della quale non si finirebbe mai di parlare: affascinante, sporca, santa, crudele, misteriosa. Uno dei posti dove di sicuro vorrei poter tornare. Lungo la riva della Ganga (il fiume Gange, ma i fiumi sono tutti femminili in India), si dipanano le vite di milioni di persone. Ogni mattina, mentre i bramini celebrano il sorgere del sole, le persone si lavano, lavano i panni, celebrano riti, fanno offerte. Le stesse scene si ripetono la sera al calar del sole. A quest'ora i bambini dei Ghat escono a vendere le loro candele: un piattino di foglie pressate, petali di tagete o di rosa, una candelina di ghee, 10 rupie. Si fanno concorrenza a vicenda: compra la mia, no, compra la mia, prometti che la comprerai domani.
E' un vero e proprio assalto, al quale non si sa come resitere.


India, Varanasi, Assi Ghat, agosto 2008

06 settembre 2008

Karni Mata, il tempio dei topi


India, Rajasthan, Deshnoke, Karni Mata temple, agosto 2008

L'India non è solo colore e occhi penetranti. L'India è piena di stranezze, di follie e alle volte è un pò agghiacciante. Il tempio di Karni Mata è una di queste stranezze. Sei qui per vedere, mi son detta, mica ti puoi fermare... E sono entrata, scalza, come sempre bisogna essere nei templi (ma stavolta con i calzini!).
Il tempio si trova a Deshnoke, vicino a Bikaner, nel Rajasthan. Karni Mata era una ragazza, vissuta nel XVI secolo, figlia di un cantastorie, un charan. Dopo il matrimonio divenne un'asceta e quindi fu considerata una santa donna. Fu lei a benedire la famiglia di re Bika, fondatore di Bikaner, e per questo è considerata il nume tutelare della città.
nella religione Hindu, gli dei possono reincarnarsi in forma umana, quando ce ne sia necessità: Karni mata fu considerata la reincarnazione (l'Avatar) della Dea Durga e quindi fu (ed è ancora) molto adorata.
Un giorno Karni mata chiese al Dio della morte, Yama, di far resuscitare un bambino, figlio di un cantastorie. Il Dio le rispose che non poteva farlo, perchè il bambino si era già reincarnato. Karni Mata si infuriò e proclamò che ogni cantastorie, dopo la morte, avrebbe abitato temporaneamente in un topo prima di reincarnarsi, privando così il Dio della morte di molte anime umane. Secondo un'altra versione, invece, Karni Mata proclamò che le anime dei bambini avrebbero avuto questa sorte.
In ogni caso, comunque, i topi del tempio sono sacri e protetti. Sopra il cortile una rete metallica impedisce agli uccelli di catturarli, mentre i fedeli nutrono le migliaia di ratti costantemente, con cereali, latte, cocco. Guai a chi fa del male ad uno dei topi: riparare al torto è costosissimo. Ma sarà fortunato colui che vedrà un topolino bianco, fra le migliaia di topi grigi del tempio.
E... sì, lo abbiamo visto!


India, Rajasthan, Deshnoke, Karni Mata Temple, agosto 2008

04 settembre 2008

Sguardi diffidenti


India, Rajasthan, Jaisalmer, agosto 2008

Stavolta non ho nessuna idea da dove cominciare a parlare di questo viaggio. Non che di solito segua un ordine. Anzi, tutto il contrario. Ma stavolta, se è possibile, ancora meno.
E allora oggi, sfogliando le immagini già scaricate sul computer e inserite nelle loro cartelline, due occhi mi hanno chiamato. Non era l'arrivo, non era la partenza, ma un punto in mezzo, uno fra i tanti. Il luogo: Jaisalmer, davanti alla porta di accesso alle mura. Jaisalmer è un luogo poetico, una fila di bastioni color della sabbia del deserto, che si ergono sopra l'unica altura entro chilometri e chilometri di deserto. Palazzi come trine sono racchiusi entro la cinta, tutti color della sabbia. Sembra di poter ancora vedere muoversi lì in mezzo i cavalli bardati e i cavalieri rajput, pronti a combattere. E in quella luce dorata appaiono le donne con i colori di tutto l'arcobaleno. Vendono bracciali e cavigliere e aspettano solo i turisti, lo so. Ma sono belle. Mentre fotografo la madre, appare la figlia, che suona qualcosa, quello strano strumento che ha nella bocca. Ma che occhi, che sguardo torvo, che bellezza nel suo gesto.

01 settembre 2008

Pensieri di un confuso ritorno


India, Rajhastan, Jodhpur, la città azzurra, agosto 2008

Ci sono??? Non lo so mica! Sono ancora troppo assonnata, troppo stranita (per non dire peggio), troppo tutto...
Ho in testa le canzoni di Bolliwood, i canti delle Puja, le voci dei mercati, i sussurri delle preghiere, i clacson, i campanelli. E negli occhi le immagini e i colori di un altro mondo.
Pensavo che, essendo già stata in India, l'impressione iniziale sarebbe stata diversa dalla prima volta. Invece no. Quando sono scesa dall'aereo e ho passato i cancelli della sicurezza, prima ancora di uscire dall'aeroporto, l'India mi ha investito come un'onda gigantesca. E' un'onda di energia, composta da milioni di persone che non si fermano mai, che vivono agli estremi, secondo le loro regole, logiche a modo loro, ma non molto a modo nostro, è un vortice che ti porta via all'istante e ti sbatacchia ovunque, fino a che non finisci sul fondo... o impari a girare.
O si ama, o si odia, non ci sono possibilità, nè vie di mezzo. E chi la ama sa che può farlo solo chi dall'India ha imparato ad aspettarsi tutto, adattarsi a tutto e perdersi in qualunque momento.

03 agosto 2008

-4 alla partenza


India, Tamil Nadu, Madurai,agosto 2006

Ganesh, il Dio elefante è il Dio che rimuove gli ostacoli, il Dio protettore delle nuove imprese. Quindi direi che questo è il momento buono per sfiorare la sua proboscide, toccarsi le orecchie con le braccia incrociate, fare i tre inchini di rito e girare 3 volte su se stessi recitando l'invocazione (sempre se riesco a leggerla... :))

Mushikavaahana modaka hastha,
Chaamara karna vilambitha sutra,
Vaamana rupa maheshwara putra,
Vighna vinaayaka paada namasthe

14 luglio 2008

Sopra i tetti di Hampi


India, Stato del Karnataka, Hampi, Virupaksha temple, agosto 2006

Il bus percorreva la strada da un tempo infinito. Avevamo arrancato su salite di fango e buche, fra le pozze d'acqua riempite dal monsone. In cima alla salita, due gigantesche carcasse di pullman, distese sul fianco, mostravano le ruote senza più copertoni, mangiate dalla ruggine. Li guardavo con una punta di timore, pensando a come sarebbe stato il resto della strada. Il pullman oscillava violentemente, cadendo nelle buche profonde e tirandosene fuori, ma Zamir sembrava non accorgersene neppure. Zamir aveva forse dieci anni e sua sorella Anjun ancora meno. Ci spiavano da dietro il loro sedile, probabilmente chiedendosi come eravamo finiti su quella corriera che viaggiava ininterrottamente fra Panjim e Hampi. Era bastato un occhiolino per conquistarli: non erano capaci di strizzare un solo occhio e così ci chiamavano in continuazione perchè insegnassimo loro come si faceva o per farglielo ancora. Tutti intenti a fare boccacce neppure si accorgevano del passare del tempo. Infine Zamir e Anjun scesero e noi andammo avanti. Il viaggio durò 18 ore, ma finalmente arrivammo nel paese vicino ad Hampi in cui l'autobus si fermava. Come sempre fummo avvolti da uno stuolo di taxiwalla e autisti di risciò. Come al solito era difficile scegliere chi avrebbe potuto fare l'ultima corsa della sera. Alla fine scegliemmo un risciò e un ragazzo giovane e sveglio. Ci portò ad Hampi che era già buio pesto, ma l'ingresso fra i templi e le rocce rotonde illuminate da fili di lampadine fu lo stesso emozionante. Ai piedi dei templi la gente viveva come se quello fosse un posto qualunque, ma era chiarissimo che non lo era, era evidente. C'era un Dio in quel posto, c'era una magia che lo poneva fuori dal mondo. Trovammo posto nell'unica guesthouse che avesse ancora una stanza col bagno. Era dalla mattina, da quando eravamo partiti, che non mangiavo. Completammo in fretta le formalità di registrazione, ma quando la proprietaria ci disse che i ristoranti erano già chiusi per il coprifuoco delle 10, mi sentii veramente persa. Lasciammo lì tutto e corremmo al primo ristorante che trovammo. Chiuso... Dall'interno si sentivano le voci di chi, arrivato prima di noi, ancora poteva mangiare (infatti il coprifuoco prevedeva che non si potessero accogliere nuovi clienti dopo le 10, ma chi era già nel locale poteva starci fino alla fine della sua cena). Col nostro scarsissimo inglese cercammo di spiegare che eravamo appena arrivati e morivamo di fame. Il proprietario si mise a ridere e con lui un ragazzo col quale avremmo fatto conoscenza nei giorni che seguirono: "Ah! The jumping bus!". E noi, senza dubbio alcuno: "Sì, proprio quello!!". Certo e come poteva chiamarsi altrimenti quel pullman? In cinque minuti ci prepararono una cena, ce la chiusero in due piatti di metallo e ce la consegnarono: non potevano farci entrare, era il massimo che potessero fare per non rischiare multe. Li prendemmo promettendo che il giorno dopo saremmo tornati a restituire i piatti e tornammo alla guesthouse. Sopra le camere, con una scala, si saliva sul tetto. Ci sedemmo su una panca: davanti a noi si ergeva il meraviglioso tempio di Virupaksha, con il suo altissimo gopuram illuminato. Il momento era magico: il posto, le stelle sulla testa, il relax dopo il lungo trasferimento, la vista mozzafiato... Aprimmo religiosamente i nostri piatti. C'erano delle penne al pomodoro!

30 giugno 2008

La città della gioia


India, Mumbay, Crowford Market, agosto 2006

Ho finito ieri di leggere "La Città della Gioia". Il libro è conosciutissimo e ne è stato tratto anche un film. Si svolge in una bidonville (anzi, meglio, in uno slum) di Calcutta e le descrizioni delle tragiche condizioni in cui vive la gente sono veramente terrificanti. Mi è difficile pensare ci siano persone che ogni notte, come cala il buio, si stendono a dormire sul pavimento di terra battuta e vengono puntualmente assalite da topi e scarafaggi, scolopendre e scorpioni, senza che possano farci nulla. E' angoscioso pensare che non solo ancora ci siano persone che muoiono di lebbra, ma addirittura che non hanno neppure la possibilità di evitare che le larve di mosche si annidino nei moncherini. Un libro che pare una galleria degli orrori che, spero, con il passare del tempo, siano stati drasticamente combattuti e ridotti, grazie anche a persone come l'autore del libro stesso.
Ma se il racconto fosse solo una serie di orrori, non sarebbe stato altro che un'occasione di denuncia. Invece, è una grande lezione di umanità e, in un mondo che si regge sulle apparenze superficiali, è un grande e potente invito a non fermarsi a guardare solo la pelle delle cose e degli uomini.

19 giugno 2008

Il venditore di riso


India, Tamil Nadu, Pondicherry, agosto 2006

Una foto di due anni fa, scattata in uno dei tanti mercati dell'India. Eravamo a Pondicherry, che nel frattempo ha cambiato nome, ma quello nuovo non lo ricordo (pare che cambiare i nomi alle città sia uno sport nazionale in India). Pondicherry è una ex colonia francese affacciata sul mare e questo non lo capisco tanto bene: cosa ci faceva una colonia francese in India, ex colonia Inglese? Si tratta comunque di una cittadina calma e silenziosa, molto ordinata e pulita, altra stranezza per l'India. Proprio a Pondicherry si trova l'Ashram di Aurobindo.
Il mercato, come tutti i mercati, era ricco di voci e colori e merci esposte in abbondanza. Mi colpì l'immagine di quest'uomo, esile e dall'aspetto fragile, quasi sommerso dal peso e dall'ingombro dei sacchi di riso, che paiono non lasciargli neppure lo spazio per muoversi.
Ah! Il barattolo di metallo dentro ad ogni sacco è la misura per vendere il riso!

04 agosto 2007

Madurai e il tempio di Sri Menaksi


India, Tamil nadu, Madurai, preghiere ad Hanuman
nel tempio dello Sri Menaksi, agosto 2006


"E' sera, il sole non è ancora tramontato che già piccole lampade si accendono intorno al grande tempio di Madurai, lungo il viale coperto da volte di granito che funge da vestibolo, dove si accalcano i venditori di ghirlande. Quando, come me, si arriva da fuori, l'improvvisa penombra confonde ogni cosa: uomini, idoli e mostri, figure umane e smisurate figure di pietra. i gesti immobili dei personaggi dalle innumerevoli braccia e i movimenti veri di quelli che ne hanno solo due. Ci sono anche alcune vacche sacre (...) che, prima di rientrare nel tempio a dormire, si attardano a masticare giunchi e fiori" - Pierre Loti- 1900

Questa bella descrizione del tempio dello Sri Menaksi di Madurai risale all'inizio dello scorso secolo, ma anche oggi non molto è cambiato. Sotto le volte della cinta intorno ai sacrari, la gente si muove in mille attività. C'è chi vende frutta e verdura in mezzo ai volti di pietra di antichissime divinità, chi per pochi centesimi ti cuce un vestito in mezz'ora. Ed infatti, lungo una galleria decorata da splendide sculture, decine di sarti, nella penombra, muovono altrettante macchine da cucire, vecchissime, di quelle a pedale.
Entrando nel cuore del tempio, l'atmosfera cambia. il buio avvolge saloni dai soffitti altissimi, colonne scolpite, rese rosse dai pigmenti con cui si onora il dio e annerite dal fumo delle offerte. In un angolo, un uomo vende piccole ciotole di terracotta riempite di ghee (una sorta di burro chiarificato), usato non solo per cucinare, ma anche per bruciare, come fosse una candela. Da piccoli fori nei soffitti squarci di luce filtrano, formando raggi lunghissimi, fino al suolo. La gente ci passa in mezzo, senza neppure accorgersi dello spettacolo magnifico che offre. Una colonna d'oro altissima arriva fino oltre il tetto, forandolo. La luce lo illumina: è un lingam, simbolo di fertilità.
Molte donne pregano davanti a colonne in cui sono raffigurati Dei diversi. Da una parte Ganesh, dall'altra Hanuman. Davanti all'effige di quest'ultimo bruciano molte ciotole di ghee. La colonna è diventata rossa. Le donne girano intorno tre volte e intanto recitano parole che non capisco.
Il sacrario dl tempio è vietato ai non Hindu. Uno sguardo rubato oltre i cancelli, rivela giganteschi elefanti di pietra e di nuovo quei giochi di luce e di fumo che rendono l'atmosfera incantata.


India, Tamil Nadu, Madurai, preghiere nel tempio dello Sri Menaksi, agosto 2006

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