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24 marzo 2009

Cento monaci


Myanmar, Amarapura, agosto 2007

Pochi giorni fa, in Tibet, sono stati arrestati altri 100 monaci buddhisti, accusati di rivolta contro il governo di Pechino. Cosa questo significhi, è assolutamente ovvio. I monaci saranno incarcerati, torturati, trattati in maniera del tutto disumana. Ne usciranno pochi da quelle prigioni. Le testimonianze di chi è riuscito ad essere liberato e ha lasciato la Cina sono terribili.
In un mondo diverso, i soldi non potrebbero contare così tanto da continuare ad avere rapporti di qualunque genere con una nazione che sta mettendo in atto un genocidio e un annientamento culturale così radicale. Quanto siamo ipocriti quando ci preoccupiamo dell'estinzione di strane razze di insetti del tutto sconosciute e poi continuiamo a far finta di nulla davanti a tutto questo?

28 luglio 2008

Volare con la mente


Myanmar, Mingun, monaca che fuma il cheerot

E mentre già penso alla prossima partenza, con la mente mi altaleno avanti e indietro, proiettando al futuro gli odori, le sensazioni , i colori già passati, vissuti e conosciuti.
Le nuove esperienze che ci aspettano non sono altro che la continuazione di quelle vecchie. E quando saremo là, sarà come non essersene mai andati, sarà come ritrovare la stessa polvere sui piedi, lo stesso peso sulle spalle, la stessa strada davanti, affollata di gente, di urla, di risate, di pianti. La vita è tutta per strada, senza paraventi, senza che nulla si possa nascondere. E tutta la ritrovi nei volti della gente, non lisciati dai lifting o dalle creme che ci imbalsamano come mummie. Camminare lungo le strade fangose per la pioggia o polverose di sabbia è un pò come entrare nella vita delle persone. Girando la testa da una parte o dall'altra, scopri ora una nonna che culla il nipote su una amaca di corda, ora due bimbi davanti ad un tv, ora una donna piegata sulla chola a cucinare la cena. Che si mangia? Riso e daal...

Tanto per spiegare la foto... in realtà io volevo parlare dei cheroot, i sigari birmani a base di foglie essiccate, frutta, spezie e poco tabacco che si fumano soprattutto nelle zone rurali. Volevo parlarne, ma poi il discorso mi è scivolato altrove!

18 marzo 2008

Il Tibet come la Birmaia



Birmania, Amarapura, fila per il riso, agosto 2007

Non mi piace la politica. E' sporca in ogni sua manifestazione e infetta quel che tocca. Ciò che il senso di giustizia urla, non esce mai dalle bocche di chi dovrebbe rappresentarci. Un flebile biasimo è il massimo che si ottiene contro chi sta sparando e uccidendo gente (e monaci) inermi, contro chi, da 50 anni a questa parte, sta distruggendo un'intera cultura, un intero popolo.
"La cricca buddista" è il termine migliore che viene usato dalla Cina per indicare il Dalai Lama e nessuno urla a quei torturatori, a quegli assassini, mistificatori della verità, la realtà di ciò che sono. Denaro, potere, avidità fanno passare sopra la sistematica distruzione di persone, di tradizioni, di cultura.
La nostra impotenza di normali uomini e donne, davanti a tutto questo sembra insuperabile. E così perdiamo il Tibet, come la Birmania, due gemme preziose che pure appartengono anche a noi, in quanto membri del genere umano.

01 novembre 2007

Ancora in marcia


Myanmar, Amarapura, agosto 2007

Ieri, una nuova processione di monaci ha sfilato per le strade di Pakokku. Si tratta di una piccola cittadina a nord di Rangoon, dove sono situati circa 80 monasteri. Le marce erano iniziate proprio da lì nello scorso settembre. La marcia si è svolta pacificamente, a quanto si legge nel sito dell'Irrawaddy. I monaci hanno sfilato cantando, e questo è stato il loro canto, il "Metta Sutta":

Così dovrebbe agire chi pratica il bene
e conosce il sentiero della pace:
essere abile e retto,
schietto nel parlare, gentile e umile,
dalla vita frugale, non gravato da impegni,
sereno, soddisfatto con poco,
calmo e discreto,
non altero o esigente.

E non fare ciò che i saggi disapprovano.

Che tutti gli esseri vivano felici e sicuri,
tutti, chiunque essi siano:
deboli o forti,
lunghi o possenti,
alti, medi o minuscoli,
visibili e non visibili,
vicini e lontani,
già nati o ancora non nati.

Che tutte le creature siano felici!

Che nessuno inganni l'altro,
né lo disprezzi,
né con odio o ira
desideri il suo male.

Come una madre con la sua vita
protegge suo figlio, il suo unico figlio
così con cuore aperto
si abbia cura di ogni essere,
irradiando benevolenza sull'universo intero,
in alto verso il cielo, in basso verso gli abissi,
in ogni luogo senza limitazioni,
liberi da odio e rancore.

Fermi o camminando, seduti o distesi,
sempre quando si è svegli,
mantenere desta questa consapevolezza:
tale è la sublime dimora.

Il puro di cuore, non legato ad opinioni,
dotato di chiara visione,
liberato da brame sensuali,
di certo non tornerà a nascere in questo mondo.



E adesso i soldati, di nuovo, li stanno cercando nei loro monasteri.

19 ottobre 2007

Quando i monaci passeggiavano a U'Bein


Myanmar, Amarapura, ponte di U'Bein,agosto 2007

Solo un paio di mesi fa i monaci birmani con le loro vesti rosse coloravano ogni strada ed erano immancabili in qualunque posto fosse anche solo un pò rappresentativo del Paese. Il ponte di U'Bein, ad Amarapura, antica capitale, vicino alla città di Mandalay era uno di qui posti. Una delle imagini più belle della Birmania è proprio quella del profilo del ponte al tramonto, con i monaci che lo attraversano.
I monaci in Myanmar sono circa 400.000, pari al numero dei soldati dell'esercito birmano. Durante la repressione delle proteste i soldati hanno fatto raid notturni nei monasteri. Adesso i monaci sono spariti ovunque. Si legge nelle poche notizie che filtrano, che le lunghe processioni mattutine per l'elemosina del riso sono ridotte a pochi monaci, laddove, solo un paio di mesi fa, migliaia di piedi scalzi si incolonnavano per le strade di ogni città alla prima luce del sole.
E i raid continuano ancora.

27 settembre 2007

La marcia dei monaci rossi


Myanmar (Birmania), Amarapura, agosto 2007

Le notizie dalla Birmania mi colpiscono come un pugno allo stomaco. Nei visi che appaiono sulle foto dei giornali cerco di capire se ci sono persone che ho conosciuto: il tassista che ci portava in giro per quei viali, fra la Sule e la Shwedagon, o il monaco Agga che ci aveva mostrato i colori del diamante della Shwedagon, oppure quei bimbi con la testa rapata e i vestiti rossi, monaci, ma pur sempre bimbi.
Leggo le notizie sul sito del giornale The Irrawaddy (www.irrawaddy.org) che sono molto più aggiornate delle nostre e mi sgomento a vedere posti che riconosco benissimo macchiati di sangue. Il nostro Hotel a Yangon era davanti alla pagoda Sule, quella dove sono avvenute le prime uccisioni.
Guardo le file dei monaci e la gente che fa loro da scudo e il loro coraggio mi ammutolisce. Vorrei, con tutta la mia forza, vorrei che stavolta vincessero, che la carneficina finisse e loro fossero finalmente fuori pericolo e liberi.

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