28 maggio 2008

La sospensione del giudizio


Birmania, Mandalay Hill, agosto 2007

C'era una volta un pover'uomo che non aveva nulla se non un bellissimo cavallo, così bello che anche il re lo desiderava. Il re offrì molti soldi per averlo, ma l'uomo li rifiutò. Un brutto giorno l'uomo si alzò per andare a strigliare il cavallo, ma ilcavallo non c'era più, era scappato. Allora tutti gli abitanti del villaggio gli dissero: "Quanto sei stato sciocco a non vendere il cavallo al re. Saresti diventato ricco e invece ti ritrovi povero e senza neppure il cavallo!". Ma l'uomo rispose: "Non tirate conclusioni affrettate: per ora, io so solo che il mio cavallo è scappato". Qualche giorno dopo il cavallo scappato tornò a casa, ma non era solo: insieme a lui arrivarono a casa del pover'uomo molti altri cavalli, tutti belli come il suo. Allora gli abitanti del villaggio dissero: "Avevi ragione tu! Adesso diventerai ricco con tutti questi bellissimi cavalli". Ma l'uomo, ancora una volta li invitò a non affrettarsi nelle conclusioni: lui sapeva solo che adesso aveva molti cavalli.
Purtroppo, il figlio de pover'uomo, mentre cercava di domare uno di questi cavalli, cadde e si ruppe una gamba. Non ci fu modo di sistemarla e il ragazzo rimase storpio. Gli abitanti del villaggio di nuovo si fecero sentire: "Ah, che sfortuna aver avuto tutti quei cavalli da domare! Adesso tuo figlio sarà storpio per sempre!". "Chissà se sarà davvero una sfortuna? Aspettate a dirlo: io per adesso posso solo dire che mio figlio sarà storpio da una gamba."
Arrivò la guerra. I messi del re chiamarono alle armi tutti gli uomini. I figli degli abitanti del villaggio furono tutti chiamati a combattere,tranne il figlio del povero uomo, perchè era storpio. Nessuno di quei ragazzi fece ritorno e l'unico abitante del villaggio ad avere ancora un figlio maschio fu proprio l'allevatore di cavalli.
Per questo non dobbiamo mai giudicare se un evento sia un bene o un male: nessuno sa cosa riservi il futuro.

21 maggio 2008

Bagan, la pagoda dei Buddha giganti


Birmania, Bagan, agosto 2007

Non ricordo il nome di questa pagoda. Ricordo che era nel villaggio dove si trovano i laboratori della cera lacca. Ricordo che il Buddha dell'ingresso principale era così grande che la pagoda pareva essergli stata costruita addosso e che lui fosse lì da prima. Ricordo che c'era un segreto nel sorriso del Buddha, che a guardarlo aveva uno sguardo severo. Ricordo che la mitica Lonely Planet parlava di una scaletta nascosta (e infatti non l'abbiamo trovata) che portava in alto, all'altezza della testa del Buddha e allora lì e solo lì avremmo potuto vederlo sorridere. Ricordo che girando dietro allo stupa principale, c'era una lunga statua di Buddha disteso. Ricordo che era così grande che non riuscivo a riprenderlo neppure col grandangolo. Ricordo che anche qui la costruzione della stanza intorno alla statua sembrava seguirne le curve del corpo. Ricordo una donna con la faccia smunta e rugosa che chiedeva l'elemosina inginocchiata sull'ingresso, fra il buio dell'interno e la splendida luce del pomeriggio che brillava fuori. Uno dei tanti momenti di silenzio e di pace che certi luoghi sanno regalare.

15 maggio 2008

Una immagine per ricordare la Birmania


Birmania, Mandalay, agosto 2007

Sono stata fuori in questi giorni. Ho scattato qualche centinaio di foto a cibi di ogni genere in quel ritrovo folle che è il raduno di Coquinaria. Per questo, ho abbandonato un po' il blog per star dietro a tutte le foto che dovevo sistemare e pubblicare sul sito di Coquinaria. Ma questa assenza ha lasciato un vuoto, perchè alla fine non sono riuscita a mettere per tempo neppure un post che ricordasse quella catastrofe che si è abbattuta sulla Birmania, cioè il ciclone Nargis.
Le 350 vittime che il regime militare aveva annunciato all'inizio erano un numero a cui neppure per un attimo ero riuscita a credere, ma le cifre che sono solo in parte venute fuori ora, parlano di una catastrofe terribile. L'ex capitale, Yangon, ancora oggi, dopo tanti giorni dall'evento, non ha acqua potabile nè corrente elettrica, se non in rari momenti. La gente non ha cibo, non ha acqua e quindi beve quella sporca. I primi casi di colera fanno temere epidemie e la Giunta rifiuta gli aiuti di personale esperto, che tutti i paesi del mondo hanno offerto. Accettano solo i soldi e le merci. Ma è ovvio che soldi e beni non arriveranno mai nelle mani dei senza tetto. In tutto questo clima da apocalisse, si è svolto nel silenzio il referendum che dovrebbe dare l'inizio alla vita democratica del Paese. La TV di regime trasmetteva belle ragazze che cantavano le lodi della giunta mentre si svolgevano le elezioni, ma la gente moriva di fame e di stenti in quello stesso momento. Il risultato del referendum? Ovvio e scontato, la giunta ha vinto con oltre il 90% dei voti. Solo che le schede erano state precompilate con una bella croce sul SI' (fonte Mizzima.com ).
E intanto i prezzi dei beni di prima necessità salgono alle stelle: i ricchi mercanti speculano, i ricchi militari diventano ancora più ricchi.
Solo i monaci, i pochi rimasti, hanno dato il loro aiuto.

05 maggio 2008

Vive la France!


Corsica, Calvi, aprile 2008

Sottotitolo.... ma dateci la Nutella!
Sì perchè i negozi di gastronomia francesi sono bellissimi, coloratissimi, pieni di quelle meravigliose insegne dipinte che fanno tanto anni '50 e mettono allegria solo a guardarle, ma poi...


Corsca, calvi, aprile 2008

Mi fermo a guardare quelle enormi piastre per fare le crepes e è proprio lì che scopro che tutto il mondo è un pò italiano...


Corsica, calvi, aprile 2008

30 aprile 2008

Cielo, mare, vento, sole


Corsica, La costa dall'alto, aprile 2008

Oggi un'amica mi ha dedicato un dolce e quando un'amica come Pinella crea un dolce, è sempre un avvenimento speciale. Lei ha le mani d'oro e una grande passione per la pasticceria. Anch'io in effetti amo la pasticceria, ma nel senso che faccio pasticci...
Quindi non posso certo ringraziarla con un altro dolce, ma spero che possa godersi questa immagine. Cielo, mare, vento e sole: la forza e la poesia riunite in un solo attimo.

29 aprile 2008

Alla fine bisogna sempre tornare


Corsica, la spiaggai della Palombaggia, aprile 2008

Quattro giorni, solo quattro, per percorrere in lungo e in largo la Corsica e mille chilometri di curve e saliscendi. Baie nascoste, acque cristalline, mare, monti e foreste, sole e neve, vento e spruzzi d'acqua, sabbia fine e rocce. Per non parlare dei cavalli, degli asinelli, dei maiali che gironzolano liberi e che quasi entrano in macchina col muso fangoso (fango?? ma siamo sicuri che fosse solo fango?). Ora ho tanto di quel lavoro da fare per scaricare le foto e catalogarle e ricordare dove e come e quando! Solo un piccolo anticipo, giusto per farvi sognare un po' di sole, che con la pioggia di oggi, ce ne è bisogno!


Corsica, fra Porto Vecchio e la spiaggia della Palombaggia, aprile 2008

11 aprile 2008

Il Monte Popa


Birmania, Vista del Monte Popa, agosto 2007

Per andare al Monte Popa, ad alcuni chilometri da Bagan, noleggiammo una jeep. Non so se il signor Jeep sarebbe felice di sentir chiamare jeep quell'auto, ma per tale ce l'hanno spacciata. Due posti davanti, un cuscino per schienale dietro, tutti rivestiti di un foglio trasparente di plastica per proteggere la tappezzeria. Il contachilometri non segnava più di 20 Km all'ora. Non c'erano portiere e così mi resi conto di cosa intendevano con l'espressione, usata per proporci il noleggio dell'auto "you don't need air conditioned": sono quel genere di trovate fra il furbo e l'innocente che io trovo assolutamente geniali, e mi affascinano completamente. Come se non bastasse, l'auto non aveva i tergicristalli e questo non lo giudicai un bene, visto che stavamo nella stagione delle piogge!
Comunque, a bordo di questa meraviglia ci dirigemmo verso il monte Popa. La strada sembrava un Eden, dove un misterioso giardiniere provvedeva a tagliare l'erba e concimare i fiori. Ovunque la lantana creava macchie coloratissime.
Poi la strada cominciò a salire, subito dopo un villaggio pieno di vita e dall'aria montana, pieno di verde e di fiori.
Ad un tratto, fra gli alberi si aprì uno spiazzo e in mezzo apparì il monte, con la scalinata e i templi in cima, proprio come nella foto.


Birmania, Monte Popa, Tempio di Mahagiri, agosto 2007

Il Monte Popa è sacro ai Nat (così restiamo in tema). Su questo monte sono adorati i 37 Nat più importanti. Il re Anawrahta aveva cercato di eliminare il culto dei Nat, facendo distruggere i santuari dedicati agli spiriti, ma l'opera non gli era riuscita, perchè i santuari furono ricostruiti all'interno delle case. Così escogitò uno stratagemma. Dichiarò che Thagyamin fosse il 37° Nat del Monte Popa e lo elevò al rango di re dei Nat. Ma Thagyamin era una divinità Hindù, che nella mitologia Buddhista, aveva reso omaggio a Buddha a nome di tutti gli dei. Nominandolo re dei Nat, in pratica Re Anawrahta assumeva l'inferiorità degli stessi a Buddha. E fu così che il culto dei Nat da allora divenne subordinato a quello di Buddha, senza però mai sparire.

Ai piedi del monte si trova il tempio di Mahagiri, che ospita le statue di tutti i Nat del monte Popa. Davanti al tempio parte la lunga scalinata che porta fino in cima. Si sale scalzi, ovviamente. E siccome pioveva... il terreno era umidiccio. Ci dissero di lasciare le scarpe al custode. Cercammo di non farlo, ma il custode ci fece notare che non le avremmo ritrovate a causa... delle scimmie! E infatti il Monte Popa è pieno di scimmie, piuttosto esuberanti. Era impossibile mangiare qualunque cosa senza farsela rubare di mano ed erano interessate persino agli zaini sulle spalle.
In cima, il panorama era bellissimo. Nelle stanze ornate di fiori i Nat sono raffigurati con statue estremamente realistiche. Qualcuna l'ho dovuta guardare un paio di volte prima di capire che era finta. La gente arriva, prega, lascia denaro oppure cocco fresco e banane, fiori e acqua. Nulla di sfrenato, come nel Nat Pwe. Comunque l'atmosfera è sempre bella, rilassante, fra i ritmi delle preghiere e i tintinnare dei campanelli. Basta fare attenzione alle scimmie!


Birmania, Monte Popa, Scimmia seduta sulla raffigurazione di un Nat, agosto 2007

09 aprile 2008

La vertigine del Nat Pwe - parte seconda


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, donna con le statuette dei Nat, agosto 2007

Di nuovo fuori, di nuovo trascinata non so neppure dove.
C'è di tutto intorno a noi. Compresa la dolorosa presenza di persone quasi indistinguibili, avvolte come sono nei loro stracci luridi. Stanno stese nel fango a chiedere l'elemosina e non è una cosa che si veda di frequente nel Myanmar. L'elemosina è sempre un gesto importante, che dona crediti agli occhi di Buddha. E infatti, molte persone donano Kyats (la moneta Birmana).


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

Adesso intorno a me vendono fiori. Mi trovo accanto ad un portico dove si sente un fragore assordante. Una ben strana musica fatta solo di battiti, incessanti, incalzanti, senza melodia, proviene da xilofoni, gong, tamburi, campanelli. Nel mezzo della folla si apre uno spiazzo in cui dei ragazzi e delle donne ballano squotendosi come forsennati.


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

Quando la musica cessa, si sentono le risate e le incitazioni. Due donne sono in trance. Quando la musica cessa crollano fra le braccia di altre, che le sorreggono. Ma appena i musicisti ripartono, ecco che anche loro, paiono riprendere vita e di nuovo saltano e si agitano. Sono madide di sudore, gli occhi chiusi, roteano la testa e alzano le braccia. E appena cessa la musica, di nuvo si accasciano.
Ci vorrà un vecchio monaco, una sorta di esorcista, per liberarle dal Nat che si è impadronito di loro. Fino a quel momento saranno le spose del Nat.


Birmania, taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

Altrove la festa è fatta di centinaia di capanne dove sono eretti gli altari dei Nat. Famiglie intere paiono riunirsi sedute in terra su teli e tappeti. Hanno ornato di fiori le statue, preparato e condiviso il cibo e il tè fumante. bambini o vecchi dormono sotto i tendoni.


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, Lancio di soldi durante i balli

Molti ragazzi in strada danzano in cerchio davanti ad altre capanne dove i ballano i transessuali, vestiti di gonne lunghe e scintillanti, con gli occhi pesantemente truccati. Alcuni danzano con le spade in mano, altri con le piume di pavone.


Myanmar, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

Sotto un altra capanna adornata di fiori e stoffe luccicanti, un'altro danza con delle candele accese in mano, mangia il fuoco e infine si cola la cera bollente sul viso. Si avvicina, sorride, ma è davvero una maschera inquietante, con quella cera rappresa sul viso.



Myanmar, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

Torniamo indietro e ripercorriamo con il nostro taxi blu la strada verso Mandalay. I bambini lungo tutto il percorso ci inseguono. Chiedono un pò di soldi e noto che tutti dai finestrini dei pulman e dai camion lanciano monete. E' uno spettacolo di risa, di corse, e di saluti felici.
Siamo stati due giorni alla festa. Non abbiamo visto neppure una faccia occidentale. Eravamo i soli. E questa è forse la cosa più incredibile. E vi assicuro che io non mi sono mai, in nessun istante e per nessun motivo, sentita in pericolo in mezzo a quella calca pazzesca.
Vi sembra folle questo racconto? Folle che ancora oggi un intero popolo creda nella magia, negli spiriti, nel culto animistico delle forze legate ad un luogo? Forse vi sembra folle pure che ci sia qualcuno che, senza doverlo fare per un qualsiasi obbligo, si sia infilato in una festa così pazzesca, solo per essere spettatore e testimone... :-)
Ovvio che la mia risposta è che non ci trovo nulla di folle, o forse trovo tutto meravigliosamente folle. Trovo meravigliosamente bello che ci sia ancora qualcosa di così diverso, antico e ancora così vero, nulla di artificiale o di turistico. Solo noi avevamo la faccia bianca e le macchine fotografiche: tutto quello che avevamo visto e vissuto, non era messo su a uso e consumo dei turisti. E questo vale un viaggio.


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

08 aprile 2008

La vertigine del Nat Pwe


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

In ogni viaggio c'è sempre un momento che lo rende diverso da qualunque altro. Un'esperienza, una situazione, un evento, una serie di circostanze. Quest'anno il monsone era incessante. Del resto, prima della nostra partenza nel vicino Bangladesh c'erano state delle inondazioni e benchè il regime tacesse, s'era comunque saputo che anche la Birmania era stata colpita. Finito il giro più classico, ci restavano alcuni giorni che avrebbero dovuto essere dedicati ai trekking fra le tribù o alla visita di Mrauk-U, ma la pioggia non faceva prevedere nulla di buono in nessuna delle due ipotesi. Fu così che tornammo indietro sui nostri passi, dove non avevamo trovato molta pioggia, a Mandalay. Lì, diceva la guida, in agosto c'è una grande festa. Domandammo ai guidatori di tuc tuc: era vero, c'era una grande festa.
La strada girava verso la campagna dopo la Mandalay Hill. Improvvisamente il traffico diventò caotico, ma uniforme. File di camion e pulman stracarichi di gente anche sul tetto percorrevano la lunga dirittura fino a Taungbyon. Nella direzione inversa, gli stessi mezzi conducevano verso Mandalay gente con strani cappellini rossi, ceste piene, fiori e i longyi colorati.


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

Si tiene ogni anno a Taungbyon il più grande Nat Pwe di tutto il Myanmar. Dura dieci giorni: i dieci giorni prima della luna piena del mese di agosto.
Il Pwe è una festa sacra, in onore, appunto, dei Nat: gli spiriti. Residuo di un antico culto animista, precedente addirittura al buddhismo, i Nat sono gli spiriti degli alberi, delle colline, dei fiumi, ma anche di case e palazzi e possono esercitare grande influenza sui quei luoghi. Il termine stesso, che deriva dal sanscrito significa "signore" o "guardiano". Alcuni Nat derivano da figure storiche, realmente esistite, come certi antichi re, persone morte di una morte violenta. Il culto di questi spiriti sopravvive da secoli sovrapponendosi al buddhismo. I riti del culto dei Nat assicurarano la buona riuscita di un compito o la buona fortuna di una nuova costruzione, legati ad un certo luogo.
Il Nat pwe è la festa degli spiriti. I Nat amano la musica fragorosa, l'incessante martellare delle percussioni.


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, musicisti, agosto 2007

Il fragore della festa serve ad attirare gli spiriti in un luogo e qui il Nat si impossessa delle persone. Normalmente è il medium che viene preso dallo spirito e cade in trance, ma nell'incessante fracasso della musica può capitare che siano altre persone a cadere in trance. Il medium è considerato la "sposa" del Nat e di solito si tratta di un transessuale: un modo fenomenale per legittimare la presenza degli omosessuali in una società (e in un regime) che altrimenti non li tollererebbe.


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 20087

Ed infatti, quando arriviamo a Taungbyon una folla dei più incredibili personaggi ci avvolge. Taungbyon è composta da poche capanne di legni e paglia, ma migliaia di persone vi si riversano con ogni mezzo e ogni viottolo diventa un fiume di teste dove passare è difficilissimo. Persino le rotaie delle ferrovie sono piene di gente che cammina e i convogli si fermano lì, con la gente che spunta dagli sportelli e dai finestrini, mentre altra cammina sui tetti dei vagoni.


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

Il nostro autista del taxi blu ci dice di fare attenzione a ladri e borseggiatori, ma non ci accadrà assolutamente nulla. Bancarelle di dolciumi si alternano a venditori di medagliette di plastica dorata, cerchietti per i capelli con assurdi fiorellini di plastica, cappellini di cartapesta rossa a forma di cono. Bisogna fare attenzione a dove mettiamo i piedi.
La folla ci trascina alla pagoda. Nel cortile centinaia di persone sono sedute in terra, mangiano, dormono, parlano, mentre un fiume di teste e braccia porta fiori e frutta all'interno.


Birmania, Taungbyon, Nat Pwe, agosto 2007

Urla, preghiere, richiami: l'ingresso alla cella dove un Buddha dorato guarda sorridente è impossibile. Mi limito a guardare dall'esterno le mani alzate delle persone che, ricolme di doni, cercano di arrivare fino su per deporli.



(continua.... domani!)

04 aprile 2008

Niente accade a caso


Birmania, Lago Inlè, agosto 2007

Una piccola premessa. Quello che sto per pubblicare è un bellissimo racconto di viaggio non mio, ma di Consuelo, una lettrice del blog e una grande viaggiatrice. Ogni tanto ci sentiamo via mail e giorni fa mi ha raccontato questa storia. Poichè la trovo molto bella le ho chiesto di poterla pubblicare. Ve la propongo qui, accompagnate dalle mie solite foto, che purtroppo non si riferiscono ai luoghi. Kalaw, dove si svolge la storia, è un paese di montagna, ma le montagne sono quelle che si affacciano sul lago Inlè, quello della foto. Da Kalaw si parte per i trekking fra le tribù dei monti e quindi, ecco la seconda foto, che rappresenta una normale scena di vita nei villaggi intorno al lago e quindi, credo che si tratti di una scena non molto diversa da quelle che si incontrano nei trekking. E questo è il racconto di Consuelo:

"Dicembre 1998. Primi giorni in Birmania. Frastornati e un po’ preoccupati, come ogni volta all’inizio di un viaggio in un paese così poco turistico e soprattutto con un regime militare dittatoriale. Attendiamo nella nostra Guest House di Kalaw l’arrivo della guida che dovrà accompagnarci il giorno dopo nel nostro primo trekking sulle colline attorno alla città, in mezzo a villaggi Padaung, Pa-o e Shan. Kalaw è situata a 1320 m. sull’altipiano Shan ed è a circa 80 km. dal Lago Inle. Piccola e silenziosa città di montagna circondata da una natura vitale, rigogliosa e selvaggia.
Come in ogni viaggio, pensando ai lunghi tragitti in autobus e ai piacevoli momenti senza televisione, abbiamo portato vari libri fra i quali “Un Indovino Mi Disse” di Tiziano Terziani che furbamente ho iniziato per prima. Una scrittura semplice, accattivante, un libro che mi ha preso da subito…uno di quei libri che non vorresti mai smettere di leggere. Ed è li che mi sono ritrovata nel capitolo dove Terziani fa un accenno al suo primo viaggio in Birmania, a Kalaw ed a Padre Angelo. Kalaw? Padre Angelo? Ma noi siamo a Kalaw! Chissà se il Missionario è ancora qui...
Ci guardiamo, prendo la borsa con i vestitini per bimbi raccolti dalle varie amiche prima di partire e usciamo. Chiediamo informazioni e ci troviamo a percorrere una strada asfaltata tutta curve ed in salita. Arriviamo alla Missione che si trova in fondo alla salita, con la chiesa situata nel punto più alto, quasi a proteggere il paese dalla piccola installazione militare che si trova poco lontano. Non vediamo nessuno, chiediamo permesso ed entriamo in una piccola casa che pensiamo sia la canonica. La stanza ci pare scura e polverosa, piena di mille cose, notiamo subito le immagini del Papa e di Padre Pio alle pareti. Poi lo vediamo. E’ seduto e parla con due turisti stranieri. Ci guarda e ci sorride. Vestito di scuro, con un basco nero in testa, occhiali, capelli, baffi e una lunghissima barba bianca. Potrebbe sembrare quasi un personaggio bohemienne. Come sente parlare italiano si illumina e ci invita a sederci. Ci ringrazia per i vestitini che dice necessari, come necessari sarebbero i medicinali. Ma ci prega di non inviare offerte di qualsiasi genere via posta perché tutto viene confiscato e alla Missione non arriva mai. Si scusa spesso per gli errori nel parlare l’italiano, ma ci dice che è in Birmania da quando aveva 30 anni….una vita! Una vita spesa per difendere e sostenere i deboli per cercare di creare cose che sistematicamente vengono sequestrate dai militari, come la scuola. Ci racconta che è stato anche in prigione. Non è mai stato ben visto in Birmania primo perché cattolico poi, ovviamente, perché non in linea con il regime. Ci chiede come mai siamo li. Gli racconto del libro e della coincidenza. Si mette a ridere, si stuzzica la barba e ci dice: “Niente accade a caso! Il destino ha creato questo momento per voi”. E devo dire uno di quei momenti indimenticabili, che fanno di un viaggio “il viaggio”. Parliamo anche del giornalista italiano che ricorda perfettamente. E’ piacevole parlare con lui, è come avere davanti un libro di storia vivente. Ci parla di sé stesso e del suo amore per la Birmania, e del fatto che non potrà più tornare in Italia perché poi il Regime non gli darebbe più il permesso di soggiorno per tornare. Si augura che le cose cambino e si dispiace di non potere fare molto per farle cambiare perché, sottolinea, “…io sono solo un Prete”. Lo lasciamo immerso nei suoi pensieri e noi con un po’ di malinconia.
Sulla strada che porta nella zona occupata dai militari non possiamo non notare un cartello che riporta sia in Birmano che in Inglese la scritta “Il Tatmadaw (comando militare al potere) non dovrà mai tradire la causa nazionale”.
Ho scoperto proprio da poco che Padre Angelo è morto nel 2001 e che per lui prosegue nella missione Padre Paul.
“Niente, niente come la fantasia aiuta a vedere la realtà” (Tiziano Terzani)"



Birmania, Lago Inlè, agosto 2007

03 aprile 2008

Bopaya Pagoda


Birmania, Bagan, Bopaya pagoda, agosto 2007

Ancora Bagan, ancora una bellissima pagoda. La Bupaya sorge sulle rive dell'Irrawaddy, che il regime ha ribattezzato Ayeyarwady. E' costituita da uno stupa eretto sopra una specie di roccia ovale, completamente rivestita d'oro. La terrazza circolare su cui sorge, si affaccia sul fiume, mentre sotto, altre terrazze circolari degradano fino al fiume. Per la sua visibilità, la pagoda è usata come punto di riferimento dalle barche e dai battelli, quasi fosse un faro. E in effetti, come un faro, si riflette sulle nuvole, formando un arcobaleno d'oro.
La Pagoda, per quanto di antiche origini, ha subito gravi danni nel terremoto del 75 ed è stata quindi n gran parte ricostruita.



Birmania, Bagan, Barche sull'Irrawaddy, agosto 2007

02 aprile 2008

Profumo di primavera



Camogli, aprile 2008

Torno indietro da Bagan per un attimo. Sono troppo belli i pergolati di glicine, appena fioriti con esplosioni di colori pastello, e con il loro profumo. Torna il sole, finalmente!

31 marzo 2008

Dhamma Ya Zi Ka Paya


Birmania, Bagan, Dhamma Ya Zi Ka Paya, agosto 2007

Chiara chiedeva le foto di questa Pagoda. Io credo di aver messo quelle giuste (Chiara aspetto la tua conferma!!). Io ricordo che sono stata qui insieme a due simpaticissimi ragazzi, incontrati la mattina in un tempio da dove eravamo scappati insieme per colpa di un serpente nascosto fra gli scalini di una torre. Abbiamo percorso tranquilli il vialetto, stando ben attenti a non mettere i piedi scalzi sulle pietre rosse che erano roventi.
Chiara, spero di farti rifare una piacevole passeggiata per quel vialetto!


Birmania, Bagan, Dhamma Ya Zi Ka Paya, agosto 2007


Birmania, Bagan, Dhamma Ya Zi Ka Paya, agosto 2007

28 marzo 2008

Shwezigon Paya


Birmania, Bagan, Shwezigon Paya, agosto 2007

Anni fa, il regime costrinse la popolazione a lasciare il vecchio paesino di Bagan. Le persone cominciarono così a costruire le proprie case a qualche chilometro di distanza. Sorse così Niaug-U, la località preferita dai viaggiatori, vicina ai templi e piena di piccole guesthouse e ristoranti di ogni genere (comprese, aihmè, le pizzerie italiane) dove si può mangiare al lume di candele e lanterne di carta. Nel paese sorge una vera perla, la Shwezigon Paya.


Birmania, Bagan, Shwezigon Paya, agosto 2007

La Pagoda, interamente rivestita d'oro, sorge su una terrazza quadrata, cal centro della quale si erge lo stupa, circondato da molti edifici e piccoli templi. Ingressi e monumenti sono tutti ordinati seguendo i punti cardinali.

La pagoda fu costruita da re Anawrata fra il 1044 e il 1077 e terminata da re Kyanzittha, lo stesso della pagoda di Ananda.
La pagoda conserva (come ogni stupa) delle reliquie di Buddha. In questo caso pare che conservi un osso della fronte e una copia del dente di Buddha conservato a Kandy, oltre a una statuetta di Buddha di smeraldo, di provenienza cinese.
Il re Anawrata posizionò sulla sua terrazza inferiore i 37 Nat principali, adorati in Birmania. I Nat erano gli spiriti dei luoghi, a volte positivi, a volte negativi e dispettosi, residuo di un culto animista, precedente alla conversione al Buddhismo e tuttora molto sentito in Birmania. Le statue dei Nat furono poi spostate in una piccolo tempietto accanto allo stupa principale, sempre all'interno della cinta della Shwezigon. Purtroppo non si tratta delle statue originali, che sono state trafugate e si dice che si trovino ora in Italia.


Birmania, Bagan, Shwezigon Paya, agosto 2007

La Pagoda è circondata da una cinta di portici dai quali si accede alla terrazza principale. I lunghi corridoi sono affollati di monaci e venditori di cheerot e di polvere di tanaka.


Birmania, Bagan, Shwezigon Paya, agosto 2007

27 marzo 2008

Capolavori di souvenirs


Birmania, Bagan, agosto 2007

Nelle immediate vicinanze dei templi più importanti di Bagan, o anche nel buio degli ingressi, lavorano molti artigiani. Le loro opere sono disegnate su tele, sulle quali è stato incollato uno strato di sabbia. Le mani, esperte e precise, riproducono, completamente a memoria, le più belle pitture dei templi o anche disegni tratti da motivi religiosi o del mito. I disegni sono anche molto piccoli, pieni di dettagli e con colori sgargianti. Nel particolare della foto, la mano colora un piede di Buddha, sul quale sono disegnati simboli di buona fortuna.


BIrmania, Bagan, agosto 2007

26 marzo 2008

Ananda Patho


Birmania, Bagan, Ananda Patho, agosto 2007

Io non so bene cosa lo tenga a fare questo blog. Informazioni sui viaggi praticamente non ne riesco a dare, spiegazioni poche, tragitti, itinerari, neppure a parlarne... Mi sono appena resa conto che da settembre ad ora non ho mai neppure postato una foto di uno dei luoghi più belli della Birmania, ovvero Bagan. Non posso rimediare così, in un attimo. Bagan è un luogo incredibile, che ospita più di 2000 templi, alcuni grandissimi, altri piccolissimi, alcuni diroccati, altri sontuosi. Sorgono in mezzo alla campagna, fra alberi e campi coltivati che si percorrono in calesse.
L'Ananda Patho è uno dei più belli. Inconfondibile per la sua cupola dorata, che fiammeggia nel tramonto, visibile quasi da ogni parte, accoglie al suo interno delle altissime statue di Buddha, interamente dorate. Costruito intorno fra il 1090 e il 1105 dal re Kyanzittha, fino a pochi anni fa era possibile salire fino alla cima per ammirare albe e tramonti, sempre spettacolari. Anche Terzani ne parla, descrivendo un alba, ammirando il panorama nella quiete delle sue terrazze.
"All'alba, guardando nella piana di Pagan dal più alto pinnacolo del tempio di Ananda, le risposte vengono a mancare e non riesco neppure a dirmi che cosa davvero c'è da augurarsi per questo straordinario e triste Paese. (...) In fondo questo voler fermare il rogresso è qualcosa di vecchio nella Birmania ed è come se i birmani accettassero che la storia, buddhisticamente, non fa che ripetersi. Questo tempio di Ananda, il più bello, il più elegante ne è come la riprova.
Lo fece costruire nell'anno 1090 un re che, affascinato dalle storie buddhiste raccontategli da monaci venuti dall'India, volle vedere davanti a sè, in questa piana color ocra, il paesaggio mitico dell'Himalaya. Quando l tempio, con i suoi straordinari pinnacoli bianchi come vette innevate fu finito, il re era entusiasta, ma subito fece decapitare l'architetto, che aveva realizzato il suo sogno. Non voleva che costruisse niente di più bello.
(...) Quei re, a loro modo, non volevano il progresso, come non lo vogliono i despoti di oggi, che reprimono nel sangue ogni richiesta di mutamento".


Oggi purtroppo la salita è vietata. Ufficilamente ciò serve a tutelare i templi, ufficiosamente si sa che il Governo spinge per l'acquisto di un biglietto (costo $ 10,00) per salire su una mostruosa nuovissima torre, dalla quale è possibile ammirare il paesaggio. Boicottare la torre, per chiunque arrivasse fin lì, è quasi un dovere!


Bimania, bagan, Ananda Patho, agosto 2007

18 marzo 2008

Il Tibet come la Birmaia



Birmania, Amarapura, fila per il riso, agosto 2007

Non mi piace la politica. E' sporca in ogni sua manifestazione e infetta quel che tocca. Ciò che il senso di giustizia urla, non esce mai dalle bocche di chi dovrebbe rappresentarci. Un flebile biasimo è il massimo che si ottiene contro chi sta sparando e uccidendo gente (e monaci) inermi, contro chi, da 50 anni a questa parte, sta distruggendo un'intera cultura, un intero popolo.
"La cricca buddista" è il termine migliore che viene usato dalla Cina per indicare il Dalai Lama e nessuno urla a quei torturatori, a quegli assassini, mistificatori della verità, la realtà di ciò che sono. Denaro, potere, avidità fanno passare sopra la sistematica distruzione di persone, di tradizioni, di cultura.
La nostra impotenza di normali uomini e donne, davanti a tutto questo sembra insuperabile. E così perdiamo il Tibet, come la Birmania, due gemme preziose che pure appartengono anche a noi, in quanto membri del genere umano.

15 febbraio 2008

Tenerezza


Myanmar, Yangon, agosto 2007

Ho inserito questa foto qualche giorno fa su Flickr.com, nel mio spazio. Ha avuto un discreto numero di commenti favorevoli, ma quello che mi ha colpito è stato il fatto che molti commenti riguardavano la tenerezza provocata da quel bimbo steso in terra.
Ed in effetti, di sicuro "tenerezza" è una parola corretta, ma non è la sola che mi suscita il vedere quel corpicino steso su panche di legno.
Era l'ultimo giorno della vacanza e stavamo visitando l'ennesimo mercato, cercando cibi particolari o specialità ancora non viste. Era un mercato all'ingrosso di frutta e verdura. All'ultimo piano c'erano anche i fiori. Io ero stanca, e forse per questo vedevo le cose in modo meno positivo del solito. Il bambino era lì, a quell'ultimo piano e il senso di desolazione che mi aveva provocato vederlo non era da me. Dietro di lui le pentole sistemate in fila, come se quella fosse una "casa" e sopra, poco più in là, una specie di impalcatura con delle imbottiture (materassi?), buttati a caso. Sullo sfondo, gli adulti urlavano per l'acquisto delle merci. Lui non sentiva nulla: lui dormiva.

04 febbraio 2008

Il Palazzo Reale di Mandalay


Birmania, Mandalay, il Palazzo Reale, agosto 2007

La mattina che arrivammo a Mandalay, il pulman era incredibilmente in orario dopo 13 ore e mezzo di viaggio. Le gambe, rattrappite dalle posizioni più strane assunte fra i sedili durante la notte per riuscire a dormire, potevano finalmente sciogliersi e camminare. Ci riconsegnarono gli zaini e poi la folla degli autisti di tuc tuc, risciò e taxi ci avvolse, come ad ogni arrivo. Dicemmo di sì a qualcuno, casualmente, trascinati più dal sorriso o dalla simpatia che da motivi economici e ci facemmo portare all'Hotel scelto sulla Lonely Planet. Il Royal City Hotel forniva stanze pulite, doccia calda e letti comodi. Era il momento di riposare un pò, finalmente.
Nel primo pomeriggio, rinfrescati e riposati, ripartimmo per le strade polverose e piene di vita. La meta più vicina era il palazzo reale, di cui avevamo già intravisto le mura arrivando all'Hotel. Due risciò ci accompagnarono.
Appena apparirono le mura bianche e le torri rosse del recinto del Palazzo, circondate dal fossato, le immagini dei racconti mi passarono tutte davanti agli occhi.
Eccola, ecco la torre da dove la regina Supayalat, la feroce regina Supayalat, aveva visto arrivare gli inglesi, udito il suono dei loro cannoni, compreso la fine del suo regno. E immagino le baracche del mercato oltre il fossato, davanti alla gigantesca porta Est, da dove re Thibaw e la regina erano usciti con tutta la corte, fiancheggiati dai soldati inglesi, per poi dirigersi verso la nave che li avrebbe portati nel loro esilio in India. Gli inglesi avevano negato al re il suo ombrello bianco, segno di regalità, che lo copriva in ogni spostamento: gli invasori avevano voluto disonorarlo davanti al suo popolo.
Ma quando entrammo le immagini svanirono. Quello che avrebbe dovuto essere un giardino, in realtà era un terreno incolto dove alberi ed erbacce si contendevano gli spazi. Le baracche dei soldati erano tirate su in quel groviglio e restavano seminascoste dal verde.
Le sale delle udienze avrebbero ben potuto ingannare i nostri occhi: alte colonne dorate si slanciavano fra i decori, il trono, il letto tempestato di specchi. Un tempo l'intera sala delle udienze era coperta da specchi francesi. Quegli specchi erano famosi in tutta la Birmania.
Ma i tetti delle sale in lamiera dipinta di rosso, svelano tutto l'inganno. E' tutto finto.
Il Palazzo reale fu distrutto durante l'ultima guerra mondiale. I Giapponesi avevano conquistato Mandalay agli Inglesi. Questi vollero riprendersi la loro colonia, ma durante l'ultima battaglia scoppiò un incendio che rase al suolo le splendide sale di tek. Non rimase nulla, tranne le fondamenta e la cinta muraria.
Il Palazzo reale che oggi si visita è stato ricostruito dalla Giunta militare, con l'uso dei prigionieri ai lavori forzati. Invece di essere il simbolo dell'epoca degli sfarzi imperiali, è solo il simbolo delle umiliazioni subite da questo popolo. Tutto in nome del turismo e dei soldi stranieri.

16 gennaio 2008

Risciò


Myanmar, Mandalay, agosto 2007

Ci sono mestieri faticosissimi, mestieri che da noi non esisterebbero assolutamente. Un esempio è il guidatore di risciò. A Mandalay i risciò sono delle biciclette, con attaccato lateralmente un carretto con una poltroncina. Spostando il cuscino, i posti a sedere diventano due. Le persone trasportate viaggiano schiena contro schiena, mentre il guidatore pedala duramente. Un mestiere, come dicevo, faticosissimo, soprattutto quando i passeggeri sono due grossi occidentali. La prima reazione fu inesorabilmente un rifiuto. Come potevo lasciare che un uomo più esile o quasi di me (e chi mi conosce sa che è tutto dire!), pedalasse per trasportarmi da qualche parte? Per carità, avrei preso un taxi, un tuc tuc, ma non quello! Ma era un errore e l'ho capito presto. I mezzi di trasporto, spesso davvero fantasiosi, quasi mai sono di proprietà del guidatore. Ci sono dei boss. Gli uomini spesso lasciano le famiglie, che vivono lontano, nei villaggi, per andare dal proprietario di quei mezzi a chiedere di poter lavorare. Quell'uomo che pedala un risciò ottiene la sua provvigione a seconda di quanto riesce a lavorare e delle mance che ottiene. Con questo lui mantiene se stesso e la sua famiglia. Per questo spesso pur di ottenere un lavoro promettono trasporti veramente impossibili, ma non bisogna mai scordarsi che quel lavoro onesto è per loro un motivo di orgoglio. Capito questo, di questi risciò, e di biciclette e di carretti di ogni genere, ne abbiamo presi davvero molti!

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