28 aprile 2009

La famiglia e l'ospitalità



Quello che segue è un altro dei racconti di viaggio di Consuelo, che ancora una volta ci porta in Vietnam. Non voglio aggiungere altro, solo: buona lettura.

"Dicembre 2003. Vietnam del Nord.
Lungo uno dei percorsi del nostro “mototour vietnamita” ci fermiamo in un villaggio a salutare la “seconda famiglia” (lui la chiama così’) della nostra guida. Abitano in una di quelle tipiche case vietnamite a palafitta, con il sotto ampio dove ci si tengono gli animali, dove si chiacchera mentre si lavora al telaio, dove ci si riposa quando fa molto caldo, dove i bimbi giocano. Sopra è un grande locale unico con il pavimento di bambù talmente sottile che cerco di camminare sopra le travi per la paura di sfasciare il pavimento e ritrovarmi nella mangiatoia dei maiali. In un angolo il focolare, nell’angolo opposto un cesto di vimini appeso al soffitto che funge da culla per un piccolo nato da poco. La giovane madre cucina o ogni tanto passa per dare una leggera spinta alla cesta che così continua a cullare il piccolo che dorme tranquillo.
Veniamo presentati a tutti i membri della grande famiglia e ovviamente in poco tempo in tutto il villaggio si sparge la voce dell’arrivo dei due “stranieri” e questo è un buon motivo per festeggiare. Tutta la famiglia è in fermento per prepararci una degna accoglienza. Cena tipica e ovviamente bevanda tipica. Ad uno ad uno tutti vengono a conoscerci e a salutarci e ad un certo punto ci portano via pure il passaporto…ci dicono che è prassi della polizia del posto. Sarà così? Arriva pure uno zio con un liquore di riso così forte da far bruciare ovunque passa. E si iniziano i festeggiamenti.
Veniamo fatti sedere per terra in mezzo alla grande sala, tutti in cerchio, noi e gli uomini della famiglia…le donne mangiano dopo e separatamente. Solo la nonna siede con noi e mi abbraccia continuamente. Vengono servite molte pietanze diverse e il solito dubbio si insinua…siamo all’inzio del viaggio e pure in moto…ci farà male? Non è educato rifiutare e quindi per forza maggiore cerchiamo di gustare le diversità del cibo locale…e quel che sarà sarà. Lo zio poi ogni tanto vuol fare un brindisi e noi che siamo quasi al limite “fingiamo” di bere con lui.
La nostra guida e la “sua seconda famiglia” hanno un sacco di cose da dirsi e quindi veniamo implorati di dormire lì per dare loro il tempo di raccontarsi tutto. Come dire di no? Il bello di questa grande e unica stanza, tipica delle case vietnamite, è che di giorno funge da grande sala ma di notte viene divisa in tanti vani per mezzo di teli appesi al soffitto. Creano così per noi una stanzetta, ci danno una zanzariera e la nostra coperta personale. Sotto di noi si sente il calore e il rumore degli animali che ancora mangiano. E il bagno? direte Voi………il bagno è fuori in mezzo al campo. L’unica cosa è sperare di non averne bisogno durante la notte. Ma che notte meravigliosa, solo il silenzioso rumore della natura intorno a noi.
La mattina veniamo svegliati col “profumo” della colazione: in pratica le stesse cose serviteci la sera prima. (In Vietnam la colazione tipica consiste nei tagliolini in brodo. In ogni angolo di Hanoi già dalle prime luci dell’alba si possono vedere le donne con il loro pentolone fumante che servono ciotoline di tagliolini ai passanti, che mangiano seduti in minuscoli sgabelli o per terra.)
Cosa molto gradita: viene a salutarci un poliziotto che ci restituisce i passaporti. Evviva!
I saluti sono sempre malinconici anche fra persone che si sono appena conosciute. Veniamo invitati a passare da loro il Capodanno cinese che si terrà in febbraio…magari penso io!
Ci dicono che in Vietnam è buona regola fare un regalo all’ospite che ha dormito nella Tua casa…la coperta! Ci guardiamo stupiti. E’ una immensa coperta imbottita ed essendo in moto, ovviamente, ci è impossibile, anche se con molto dispiacere, accettare questo ingombrante regalo.
Riprendiamo il nostro viaggio…
(“Come spesso capita con le più belle avventure della vita, anche questo viaggio cominciò per caso”. Tiziano Terziani)

24 aprile 2009

Antichi gesti


Camogli, reti della tonnara, marzo 2009

Ogni anno, nel mese di aprile, le reti della tonnara di Camogli vengono calate in acqua, davanti a Punta Chiappa. Ogni anno, i pescatori annodano le nuove reti, stendendole sul molo, dal faro fino al castello.


Camogli, reti dela tonnara, marzo 2009

16 aprile 2009

Di che colore è....


Camogli, Gocce alla finestra, aprile 2009

"Non c’è più niente niente
niente che mi leghi a te
è un grande vuoto
in fondo all’anima
tu dimmi un pò di che colore
è un altro giorno senza te"


E' una giornata di pioggia uggiosa e la canzone di Noemi (sì, quella di X factor) mi rimbalza in testa di continuo. Ma qualcosa di buono l'ho cavato fuori lo stesso: mi piace il gioco delle gocce di pioggia sul vetro e la microscopica vista di Camogli dentro ognuna di esse. Il colore... forse era un po' più grigio. Però di grigio ne ho abbastanza.

Per chi volesse sentire la canzone, questa è Briciole

08 aprile 2009

La perdita di un figlio


India, Varanasi, funerale di un bimbo nel Gange, agosto 2008

La tragedia del terremoto in Abruzzo mi lascia senza parole. Vite distrutte, la perdita di tutto, la ditruzione di ciò che amavano e conoscevano. Ma a tutto si può reagire, con forza e coraggio. Ad una cosa, invece non capisco come potranno sopravvivere: alla perdita dei loro figli. La vista delle madri che piangono i loro figli, o che li cercano, con la speranza nel cuore, mi è insopportabile. A tutto si può sopravvivere, a qualunque dolore, ma non a questo. Il tempo non può rimarginarlo, la mente non può concepirlo, il cuore non può reggerlo. Non può esserci più nulla.

05 aprile 2009

Lavori in corso

Camogli, dicembre 2008

Vorrei capire come mai mi è venuto in mente di cambiare il vecchio modello con il "nuovo" layout. Non ci capisco più nulla. Era così semplice fare le modifiche cn il vecchio sistema! Adesso mi sono persa per strada mezze cose e non riesco più a reinserirle. Ok, ci vuole pazienza! Prima o poi capirò... forse.

24 marzo 2009

Cento monaci


Myanmar, Amarapura, agosto 2007

Pochi giorni fa, in Tibet, sono stati arrestati altri 100 monaci buddhisti, accusati di rivolta contro il governo di Pechino. Cosa questo significhi, è assolutamente ovvio. I monaci saranno incarcerati, torturati, trattati in maniera del tutto disumana. Ne usciranno pochi da quelle prigioni. Le testimonianze di chi è riuscito ad essere liberato e ha lasciato la Cina sono terribili.
In un mondo diverso, i soldi non potrebbero contare così tanto da continuare ad avere rapporti di qualunque genere con una nazione che sta mettendo in atto un genocidio e un annientamento culturale così radicale. Quanto siamo ipocriti quando ci preoccupiamo dell'estinzione di strane razze di insetti del tutto sconosciute e poi continuiamo a far finta di nulla davanti a tutto questo?

20 marzo 2009

Lo zio Ho


Vietnam

Quello che segue, è un altro dei bei racconti di viaggio di Consuelo e stavolta anche l'immagine è sua. Gustatevelo.

"Dicembre 2003. Vietnam del Nord. Viaggiamo in sella alla mitica Minsk russa in un periodo nel quale il fango la fa da padrone. Mi hanno dato un casco nel quale ci sto tre volte ed ogni volta che prendiamo una buca, e sono tante, rischio di perderlo. Siamo tre moto: una è la nostra; una della nostra guida che ci accompagnerà in questa nuova avventura e una di una futura nuova guida che deve imparare il mestiere. Non è decisamente il periodo delle risaie verdi e rigogliose ma il paesaggio è lo stesso emozionante.
Ci fermiamo al primo “autogrill” che altri non è che un piccolo ristorantino in uno sperduto villaggio. Non è stata certo un’entrata trionfale la nostra: all’interno pochi uomini ingoffati nei loro cappottoni pesanti e il berretto in stile militare, sguardi scuri, truci, non un cenno di saluto, non una parola né un minimo movimento del corpo. Ci sediamo in sedie piccolissime davanti ad un minuscolo tavolino e, ovviamente, la nostra guida ordina per noi. E intanto loro continuano a guardarci. Ancora più ovvio che non ci siano posate ed è durissimo tentare di mangiare con le bacchette. Per il mio compagno ogni boccone è una prova terribile e volano pezzi di cibo in ogni dove. Ma loro nulla, ci guardano duri come sempre. Intanto nel piccolo televisore in fondo alla saletta passano immagini tristi, accompagnate da una musica malinconica ma nello stesso tempo rigorosa direi quasi militaresca. “Ecco cos’è!” dico….”Il funerale di Ho Chi Minh!”. La Signora che ci aveva servito sentendo le mie ultime parole si illumina in volto e tutta orgogliosa finita la cassetta ce la rimette su da capo. “Aiuto, un'altra volta!” penso io…ma intanto un passo in avanti verso la nostra accettazione l’abbiamo fatto. Nel Vietnam del Nord infatti il ricordo di Ho Chi Minh è ancora molto forte e da tutti viene amichevolmente chiamato “Lo Zio Ho”.
Ad un certo punto, e finalmente, il mio compagno riesce nell’impresa di portarsi un boccone di cibo alla bocca…beh tutti si alzano e gli battono le mani. Un’ovazione. Amicizia fatta?
“Un popolo che si è opposto coraggiosamente alla dominazione francese per più di
ottanta anni, un popolo che ha lottato fianco a fianco con gli Alleati contro i Fascisti durante questi ultimi anni, tale popolo deve essere libero e indipendente” Ho Chi Minh – Dichiarazione d’Indipendenza del Vietnam”

05 gennaio 2009

India - Pakistan


India, Punjab, Attari, agosto 2008

Negli ultimi anni della colonizzazione britannica, mentre Ghandi predicava la tolleranza ("Chi arriva al cuore della propria religione, arriva al cuore di tutte"), si fece largo l'idea che i musulmani avrebbero dovuto avere una loro nazione indipendente. Questa idea fu quella che prevalse e così gli inglesi si misero all'opera per stabilire i difficilissimi confini fra le nazioni a venire. Quando gli inglesi lasciarono l'India, non solo questa acquistò la sua indipendenza, ma anche il Pakistan. Il 14 agosto 1947 segnò l'inizio della nuova nazione (che allora era composta da un Pakistan a est, l'attuale, e dal Pakistan occidentale, che poi divenne il Bangladesh nel 1971). L'evento, che prese il nome di Partition, fu traumatico e da un giorno all'altro migliaia di famiglie indù che si trovavano nel Pakistan furono depredate, uccise, costrette a fuggire verso l'India, perdendo tutto (si raccontano alcuni episodi in numerosi libri, fra cui "Giochi Sacri" e "Delhi"). Lo stesso avvenne dall'altro lato del confine, dove i musulmani venivano cacciati, uccisi, costretti ad abbandonare le loro abitazioni e a dirigersi verso il Pakistan.
Da allora, pare che l'intolleranza e l'odio non si siano mai sopiti, pronti a esplodere in qualunque momento, come è avvenuto solo poche settimane fa a Mumbay.
La cerimonia della chiusura notturna del confine Indo Pakistano ad Attari è stata per me la prova di quanto il nazionalismo sia forte e tendenzialmente violento, da entrambe le parti. Migliaia di persone ogni sera assistono a questa cerimonia: una specie di balletto fra soldati con uniformi praticamente identiche , ma di diverso colore: kaki le indiane, nere le pakistane. Da una parte e dall'altra il pubblico incita urlando "Hindustan Zindabad" e di là rispondono "Pakistan Zindabad". Persino con la musica gareggiano a chi la fa suonare più forte. Il pubblico si alterna a portare la propria bandiera fin sotto il cancello della nazione "avversa", e lungo la strada tutti ballano al suono di canzoni nazionaliste. Dopo ore di questo spettacolo, la cerimonia si chiude in pochi minuti, in cui le due bandiere vengono alzate alla stessa altezza (nessuna delle due deve superare l'altra) e poi riabbassate e piegate. I soldati si stringono la mano e il cancello si chiude. A questo punto la folla urlante dei patrioti si lancia in corsa verso il cancello a mostrare le proprie bandiere e ad urlare.
Uno spettacolo orribile, ma che valeva la pena vedere, perchè dà la misura di una follia della quale non ci si rende normalmente conto.


India, Punjab, Attari, agosto 2008

02 gennaio 2009

Argento e rosso

India, Rajasthan, Al mercato di Bundi, agosto 2008

Anche queste donne le incontrammo ad un mercato. Fui colpita dai pesanti bracciali d'argento e dalle splendide sari. Se penso a come ci vado io al mercato... meglio lasciar perdere. Spero di riuscire a farvi sentire una canzone mentre guardate questa immagine, così per potervi immergere di più nell'atmosfera di quel momento. C'è qualche anima buona che mi insegna a far aprire il link in un'altra finestra?

29 dicembre 2008

Buone feste


Quando ero piccola, amavo molto leggere le storie di Emilio Salgari. La prima e la più amata era "I misteri della Giungla Nera". Fu attraverso quel libro che cominciai a pensare a quanto affascinante, misterioso e bello dovesse essere il continente asiatico e l'India, in particolare. Se sognavo qualcosa era di andarci e tanto ci ricamavo sopra che l'India, in un modo o in un altro, scappava sempre fuori. Poi le cose cambiarono: si cresce, la vita prende la strada che deve prendere, gli studi, la laurea in giurisprudenza, il lavoro, la famiglia, i figli... L'India era sparita. Ma tant'è: crescere alle volte vuol dire proprio tornare bambini. E noi donne siamo complicate, anche quando siamo semplici. E' arrivata l'età in cui sono comparse le domande. "Dove sono finita? Come ci sono arrivata qui? Ma è questo ciò che volevo?". Bè, no. Non era quello.
Tutta questa storia per cosa? Per augurare a tutti buone feste. Per augurarvi un anno in cui non scorderete i vostri sogni e i vostri desideri. Vi auguro di ripescarli e inseguirli, perchè se si sono sognati un motivo ci deve essere e con un pò di coraggio, un piccolo passo alla volta, si può arrivare.

E... no, non sognavo solo l'India. Sognavo molto di più. E tanto di quel di più, adesso ce l'ho. Un passo alla volta, mi auguro ancora, per il prossimo anno, di continuare a crescere.

24 ottobre 2008

L'India che non è sui depliant


India, Varanasi, Main Ghat, agosto 2008

Ho portato dall'India tanti colori, atmosfere, immagini da mille e una notte. Ma l'India è anche questo, soprattutto questo, e mi pare giusto raccontarlo, piuttosto che far finta di non vedere.
Il boom economico, Bollywood e Bangalore non hanno cancellato queste immagini, ma hanno forse ancora di più scavato il solco fra ricchi e poveri. E così, lungo le strade, vedere certe persone in situazioni di povertà estrema o di difficoltà assoluta è frequentissimo. Ovviamente, il fatto di essere stranieri e occidentali aumenta certi contatti, perché loro ben sanno che noi non abbiamo il metro dei costi della loro vita e diamo in proporzione alle nostre abitudini. E tutto sommato, va bene così.

18 ottobre 2008

Chillum


India, Vrindavan, chillum, agosto 2008

Il Chillum o Chila è una particolare pipa di terracotta, di corno oppure di legno, di forma conica che viene riempita di tabacco o anche di cannabis. Viene fumata in particolare dai Sadhu durante cerimonie sacre.
Non so cosa ci fosse nel chillum di quest'uomo. Eravamo a Vrindavan, vicino ad Agra e, vedendo che fotografavo dei Sadhu, quest'uomo mi chiamò per farmi vedere quanto fumo era capace di aspirare con la sua pipa. Io scattavo, scattavo e più io scattavo più lui tirava e il fumo usciva. Mi sono dovuta fermare, altrimenti mi sa che sarebbe scoppiato.

07 ottobre 2008

La bellezza non fa rumore


India, Rajasthan, Jaisalmer, agosto 2008

L'India è un vero caos. Mi pare di averlo detto non so più quante volte. Sembra che le persone vivano in maniera accelerata, che occorra una prontezza di riflessi e degli occhi attenti ad ogni cosa, veloci e fulminei. Le sfumature non sono mai irrilevanti, dietro ad ogni minuzia, si può nascondere un universo. Forse per questo, io che sono lenta (non per nulla io sono "il bradipo"), che ogni cosa devo guardarla due volte, che se potessi metterei il rallentatore a tutto, finivo sempre con l'essere frastornata da tutto ciò che avevo intorno. Ci soffrivo un pò, perchè con la mia macchina fotografica avrei sempre voluto fermarmi, sospendere gli attimi, per soppesarli, per farli miei. Invece dovevo scattare in fretta così come veniva, per non perdere quell'irripetibile istante.
Solo ora, davanti allo schermo, riesco a fare silenzio, a guardare ciò che avevo davanti e a guardarlo come fosse sospeso, per farlo entrare piano piano. La luce bianca della strada, il buio fresco dell'interno, il vecchio con le mani rugose, la giacca dorata e il turbante verde, dalle mille volute.

Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore
Basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare - Settembre, Cristina Donà

01 ottobre 2008

La tragedia del Chamunda Devi


India, Jodhpur, Tempio di Chamunda Devi, agosto 2008

Metto due foto che ho scattato, non perchè siano particolarmente belle, ma perchè conoscere i luoghi fa capire, a volte, molto di più la tragedia di ciò che ci accade intorno. 180 persone sono morte ieri in un ignoto tempio Hindù di Jodhpur, una ignota città del Rajasthan, in India e la notizia non fa più di un veloce annuncio alla radio o un trafiletto sul giornale. Ma sono 180 persone!!! Il fatto è che sono lontane, appartenenti ad un mondo diverso. Il fatto è che ci è incomprensibile che si possa creare una coda di chilometri per andare a visitare la statua di una Dea. Il fatto è che ciò che non conosciamo, non ci tocca.
Ieri iniziava il Navaratri in onore della dea Durga, la dea del Chamunda Devi. Durga è la dea della potenza, incarnazione di Parvati. Per nove giorni, da ieri, le donne digiuneranno e pregheranno Durga per la salute e la buona sorte del marito.
Ecco, io volevo solo avvicinarvi a quel posto, farvi vedere quanto piccolo è quel tempio per le 10.000 persone che vi si stavano dirigendo e quanto alto il baratro nel quale sono scivolati.
Se volete altre notizie, leggete qui
http://indonapoletano.wordpress.com/2008/09/30/calca-in-tempio-hindu-180-morti/


India, Jodhpur, la collina dal tempio di Chamunda Devi, agosto 2008


India, Jodhpur, Il tempio di Chamunda Devi, visto dalla città, agosto 2008

29 settembre 2008

Donne del Rajasthan


India, Jaisalmer, agosto 2008

Si capisce che queste donne mi hanno affascinato con il loro portamento, la loro espressione, il loro modo di presentarsi? Ecco l'ennesima foto, scattata davanti all'ingresso del forte di Jaisalmer. Cercate di immaginare la scena. I bastioni del forte e le torri rotonde, color della sabbia dorata. I palazzi che si ergono dietro, le porte gigantesche sotto le quali passare e queste donne, coloratissime e bellissime, in attesa di turisti, per vendere cavigliere e ninnoli. Macchie di colore rosso e arancione, bagliori di argento e sguardi che trapassano, davanti ai quali devi farti forza per non comprare la cinquecentesima cavigliera.

27 settembre 2008

Concorso fotografico



India, Delhi, agosto 2008

Mi è stato segnalato, con richiesta di dare risalto all'evento, un bellissimo concorso fotografico, organizzato insieme da La Repubblica e l'associazione Terre des Hommes.
Vi riporto pari pari quello che ho ricevuto, ma, se pensate di partecipare, leggetevi bene il regolamento, che a me ha suscitato qualche dubbio tecnico, per il quale ho chiesto di avere chiarimenti, senza ottenere, ancora, alcuna risposta.

TDH lancia il premio “Giornata Mondiale per i Diritti dell’Infanzia”
su Repubblica.it

Milano, 1 settembre 2008 – Terre des hommes (TDH) Italia lancia assieme a Repubblica.it il Premio “Giornata Mondiale per i Diritti dell’Infanzia”, dedicato ai bambini lavoratori. Per partecipare basta una foto scattata all’estero che riprenda uno o più bambini impegnati in attività lavorative per strada. Le foto vincenti saranno pubblicate in una galleria online del sito Repubblica.it ed esposte al Museo dei bambini Explora di Roma dal 20 novembre 2008.

Ogni giorno 100 milioni di bambini vivono in strada e della strada. Sono loro le principali vittime delle forme peggiori di sfruttamento sul lavoro e sessuale, della violenza, del più drammatico dei traffici: quello di esseri umani. Per sensibilizzare l'opinione pubblica su questo fenomeno e coinvolgerla in prima persona TDH Italia ha organizzato un photocontest aperto a tutti, dove qualsiasi viaggiatore può dare la sua testimonianza fotografica e denunciare la terribile condizione dei bambini di strada. Il regolamento del concorso è disponibile sul sito di TDH Italia alla pagina http://www.tdhitaly.org/news_det.php?story=391 oppure si può richiedere via mail a comunicazione@tdhitaly.org.

Le 12 foto migliori, selezionate tra quelle pervenute entro il 15 ottobre 2008, saranno le protagoniste della mostra fotografica "Oggi io non lavoro", in programma dal 20 novembre al Museo dei bambini Explora di Roma. Inoltre andranno a comporre il calendario 2009 di Terre des hommes Italia, contribuendo così a sostenere i progetti per proteggere i bambini di strada, e saranno pubblicate in una galleria online sul sito Repubblica.it. L'iniziativa è sostenuta da varie aziende, tra cui Altavia Italia.

Terre des hommes (TDH) Italia onlus è una organizzazione non governativa che si occupa di aiuto diretto all'infanzia in difficoltà nei Paesi in via di sviluppo, senza discriminazioni di ordine politico, etnico o religioso.
Nata nel 1989 e diventata fondazione nel 1994, TDH Italia oggi è presente in 21 paesi di tre continenti con 74 progetti di aiuto umanitario d’emergenza e di cooperazione internazionale allo sviluppo, con programmi in settori quali salute di base e protezione materno-infantile, educazione di base, formazione professionale, protezione dei bambini di strada ed in conflitto con la legge, promozione e sviluppo di attività generatrici di reddito e di sviluppo delle risorse naturali.
TDH Italia fa parte della Terre des hommes International Federation (TDHIF), lavora in partnership con ECHO ed è accreditata presso l’Unione Europea e l’ONU.
Per ulteriori informazioni consultare il sito www.terredeshommes.it

Premio Dardos

Devo dire che è strano sapere che c'è qualcuno che legge il blog dall'altra parte del mondo. Ed è ancora più strano sapere che questo qualcuno ti ha attribuito un premio.
Si chiama premio Dardos.
Un grazie, quindi, a Sergio per la sua segnalazione del mio blog come ricco di belle fotografie e di contenuti. Purtroppo non ci ho capito molto, visto che tutto il testo è in portoghese, ma chi fosse più bravo di me può trovare le spiegazioni sul blog di Fotopoesilha a questo indirizzo: Fotopoesilha, Honoraria

14 settembre 2008

Aravalli Hills, la vita com'era e com'è.


India, Rajasthan, Aravalli Hills, agosto 2008

Ancora l'immagine di una donna. Stavolta le sue vesti rosse e colorate, i suoi bracciali e il grande anello d'ro e gemme al naso, sono elegantemente portati sotto un carico enorme, che sembra schiacciarla.
Il Rajasthan è una regione bellissima, ma anche molto, molto turistica. Avevo in continuo l'impressione di non riuscire neppure a sfiorare il cuore, la sostanza di questa terra. Grazie a questa deviazione sulle Aravalli Hills ho potuto accostare lo sguardo ad una vita diversa, lontana dalle grandi fortezze e palazzi, ma anche dalle grandi masse di turisti occidentali, che ogni giorno si portano via qualcosa della originaria bellezza dei luoghi. Campi coltivati, acque, piccoli villaggi formati da capanne di fango, una vegetazione ricca, così diversa dal deserto del Thar e la vita scandita dai lavori dei campi. Lavori pesanti, svolti senza aiuti, senza macchine, ma con solo rudimentali strumenti. E le donne non sono risparmiate. Ho visto solo donne che alla sera portavano sulla testa immensi carichi di erbe, forse per gli animali, forse per altri usi che non so immaginare. Non credo che ci siano molte differenze fra questa immagine e quello che secoli fa si poteva vedere su queste colline.

10 settembre 2008

Come nelle mille e una notte


India, Bikaner, agosto 2008

A casa mia mi dicevano sempre: il troppo stroppia. E così, sono diventata una ferma sostenitrice della semplicità in tutto. Ma cosa dire di fronte a tanta bellezza? Non c'è un angolo del corpo che non abbia il suo ornamento, o forse anche due o tre. La fronte, i lati del volto, gli orecchi, il naso, le braccia, le mani, i piedi, le caviglie... "La bellezza di una donna è aumentata dai suoi gioielli": così diceva un personaggio incredibile, incontrato un giorno lungo una strada (ma questa è un'altra storia!). Ed è così che le donne si ornano in maniera veramente incredibile. Ma il risultato, invece di "stroppiare", le rende più simili a principesse delle mille e una notte, anche quando, come in questo caso, stanno solo facendo la spesa al mercato.
I gioielli, poi, sono considerati segno di ricchezza della famiglia. Guai alla donna che non ne porta in dote, perchè non troverà marito. I gioielli sono anche l'unica ricchezza delle donne, che non lavorano (o almeno, se lo fanno lo fanno di nascosto oppure nelle grandi città, dove le vecchie tradizioni sono meno sentite), perchè è considerato un disonore per il marito il fatto di non riuscire a mantenere la moglie. E così, nei momenti duri, ci sono i gioielli della dote, che si possono impegnare per tirarsi fuori dai guai. Oro e argento dei gioielli sono il primo investimento che le famiglie fanno quando hanno un pò di risparmi e le donne, molto spesso, indossano tutto, ma proprio tutto.

09 settembre 2008

Buy my candle


India, Varanasi, Assi Ghat, agosto 2008

Un'immagine degli ultimi giorni di viaggio: Varanasi.
Varanasi (un tempo Benares) è una città della quale non si finirebbe mai di parlare: affascinante, sporca, santa, crudele, misteriosa. Uno dei posti dove di sicuro vorrei poter tornare. Lungo la riva della Ganga (il fiume Gange, ma i fiumi sono tutti femminili in India), si dipanano le vite di milioni di persone. Ogni mattina, mentre i bramini celebrano il sorgere del sole, le persone si lavano, lavano i panni, celebrano riti, fanno offerte. Le stesse scene si ripetono la sera al calar del sole. A quest'ora i bambini dei Ghat escono a vendere le loro candele: un piattino di foglie pressate, petali di tagete o di rosa, una candelina di ghee, 10 rupie. Si fanno concorrenza a vicenda: compra la mia, no, compra la mia, prometti che la comprerai domani.
E' un vero e proprio assalto, al quale non si sa come resitere.


India, Varanasi, Assi Ghat, agosto 2008

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